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Congresso PrC

Tesi maggioranza

Per la rifondazione comunista

Tesi Congressuali approvate dalla maggioranza del Comitato Politico Nazionale

Tesi 1 — Una crisi di civiltà

La crisi della globalizzazione capitalistica assume oggi il volto di una più generale crisi di civiltà. La condizione dei popoli, dei soggetti sociali e delle persone è segnata da insicurezza, incertezza, precarietà. Avanza una « modernizzazione senza modernità », che ripropone la terribile spirale guerra-terrorismo e abbatte progressivamente gli spazi di democrazia.

Il XXI secolo si è aperto all’insegna del terrorismo e della guerra. Il mondo è stato sommerso da un’ondata di violenza di eccezionale intensità distruttiva, che ha mandato in pezzi le illusioni ideologiche della globalizzazione, le sue promesse di « magnifiche sorti e progressive » per l’umanità. Di nuovo, appare minata alla base l’idea stessa di futuro. Di nuovo, un profondo senso di insicurezza pervade le pur ricche società dell’occidente e accelera i già avanzati processi di disgregazione sociale.

Una sorta di stato di emergenza endemico si va sostituendo alla normale fisiologia delle relazioni istituzionali. L’ incertezza diventa la condizione più comune e diffusa. É precarietà della condizione lavorativa, disoccupazione strutturale, pericolo costante di licenziamenti. É blocco delle capacità di produzione e di consumo, è recessione e depressione economica. É distruzione dell’ambiente e delle condizioni della riproduzione sociale. Più in generale, è crisi di identità, fine di valori condivisi, difficoltà di concepire progetti individuali e collettivi. É paura del « nemico invisibile », dell’Altro e del Diverso, in una singolare commistione di irrazionalismo e scientismo, di furori neofondamentalisti e di pensiero debole.

É la stessa nozione di modernità, intesa come processo storico di nascita del soggetto e delle pratiche di liberazione che, deformata dalla globalizzazione capitalistica, subisce una crisi verticale. Non a caso quello che ci viene presentato come uno scontro di civiltà vede contrapposti, da un lato, l’individuo nella versione egoista e insensata dell’homo oeconomicus e dall’altra, la comunità nella versione inaccettabile di comunità organica patriarcale e tribale. É la prospettiva stessa di coniugare libertà individuale e relazioni sociali civili che viene schiacciata da questa guerra in cui i nemici dichiarati non rappresentano altro che due facce della stessa medaglia.

Quest’insieme di tendenze involutive configurano una vera e propria crisi di civiltà, dove tendono a deperire tutte le conquiste del XX secolo, i diritti come gli spazi effettivi di democrazia, e dove le varie destre trovano terreno fertile di espansione. Alla radice, vi è un processo involutivo dello stesso capitalismo. Il modo di produzione fondato sulla logica del capitale, che ha finora apportato all’umanità, insieme a straordinari progressi, devastanti processi di sfruttamento e crescenti contraddizioni, ha imboccato la strada di una regressione forse irreversibile. « Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso » (Marx)

Tesi 2 — La guerra globale

La guerra in corso ha i caratteri di un conflitto globale: non solo perché ha per teatro effettivo il pianeta, ma perché il suo vero obiettivo è la costituzione di un « nuovo ordine mondiale » unipolare. Di un governo autoritario della crisi.

Il feroce abbattimento delle Twin Towers, con migliaia di vittime incolpevoli, e la desertificazione di Kabul, con altre migliaia di vittime innocenti, ci restituiscono oggi una disperante immagine del mondo, stretto nella spirale guerra\terrorismo.

Questa situazione è definibile, appunto, come conflitto civile planetario, non solo nel senso che ha per teatro l’intero pianeta e le sue principali nazioni, come è accaduto nel ’900, ma nel senso che ha come vera posta in palio il governo della globalizzazione economica. Anche per fronteggiare la crescita del « movimento dei movimenti », questo governo tende a costituirsi nella forma di un inedito dominio autoritario su scala mondiale: dove l’intreccio di espansionismo militare, manovra diplomatica, ricatto geopolitico, controllo delle risorse, appare inestricabile. In questo processo, è palese la centralità politica, strategica e militare degli Stati uniti d’America, unica superpotenza del globo. Ma la logica che presiede al conflitto, e che lo agisce, non è certo riducibile a uno scontro di tipo classico tra Stati nazionali e i loro contrapposti interessi. In effetti, dal punto di vista politico, si va realizzando un sistema di alleanze, pur conflittuale, pur a geometria variabile, del tutto nuovo, che vede oggi schierati dalla stessa parte gli Usa, l’Europa, la Russia, i regimi arabi « moderati » e la Cina. Soprattutto, quel che va emergendo è un possente meccanismo di inclusione, politica ed economica, in un più largo sistema di relazioni a dominanza nordamericana. Esso, a sua volta esclude i molti Sud, le diverse periferie, le resistenze variamente antiliberiste e anticapitaliste del mondo. L’alternativa che viene prospettata è drastica: o con il modello americano o nell’inferno dell’inciviltà. Anche questo è un effetto che si tenta di rendere stabile della nuova guerra del XXI secolo.

Tesi 3 — Socialismo o barbarie

Una tendenza regressiva di fondo domina il capitalismo dell’era neoliberista. Esso svalorizza il lavoro, accresce a dismisura le disuguaglianze, privatizza e mercifica i bisogni, devasta la natura e l’ambiente, riproduce modelli di relazione regressivi come il patriarcato. Esso non è dunque né riformabile né « temperabile ». Si riaprono qui la possibilità e l’urgenza della trasformazione rivoluzionaria: l’alternativa torna ad essere socialismo o barbarie.

La tendenza capitalistica ad una espansione onnivora, senza freni e limiti, entra in conflitto crescente con istanze e bisogni di massa indotti dallo sviluppo stesso, ma con esso incompatibili: così i diritti sociali essenziali di salute, istruzione, cibo, mobilità, si scontrano con i processi accentuati di loro privatizzazione e mercificazione; così un progresso scientifico e tecnologico di entità straordinaria arriva a invadere, addirittura, la sfera del vivente e la vita quotidiana, ma sembra assurdamente tutto consegnato alla pura logica del profitto a breve. Così la tutela delle risorse ambientali e l’esigenza di un rapporto di equilibrio e riproduzione tra essere umani e natura, si scontra con la centralità del mercato. É questo sistema che assoggetta la scienza per riprodurre le condizioni del profitto e non quelle ambientali ed umane.

Il contesto appare inoltre fortemente dominato dalla persistenza di negativi assetti patriarcali — ovviamente diversi a seconda delle aree storico-culturali del mondo — che si alternano con modalità sociali e simboliche di tipo arcaico. Ne consegue la condanna delle donne alla segregazione e alla subalternità giuridica, con tendenze regressive, familistiche misogine che si manifestano anche nei paesi dove più forte si è sviluppata la rivoluzione femminile del ’900.

La globalizzazione neoliberista, in sostanza, non si lascia né umanizzare né riformare né, più di tanto, temperare: il fallimento della Terza Via, venuto ad evidenza politica nelle esperienze di centrosinistra europee e americane, ha alle sue radici questa verità strutturale. Ed infatti i suoi stessi protagonisti l’hanno depennata dal vocabolario politico.

A questo livello delle contraddizioni del nostro tempo si colloca la nascita del movimento antiglobalizzazione, primo frutto maturo della crisi dell’economia e della civiltà globalizzata. Sia pure in forme ancora embrionali questo movimento pone il problema dell’alternativa, di una possibile uscita in avanti dalla barbarie del neo liberismo e della sua crisi. In questo contrasto di fondo si riapre la questione della trasformazione, del superamento del capitalismo: la rivoluzione torna ad essere una possibilità, un approdo possibile della storia umana. In palio, molto più di quanto non avvenisse nelle fasi originarie del capitalismo, c’è la salvezza dell’umanità: come già diceva il Manifesto, incombe il pericolo della « comune rovina delle classi in lotta ». Per queste ragioni, possiamo dire ancora « Socialismo o Barbarie », un’espressione che definisce, allo stesso tempo, il nostro orizzonte e la nostra sfida strategica.

Tesi 4 — La rivoluzione capitalistica restauratrice

A partire dalla metà degli anni ’70, si avvia una nuova fase nello sviluppo capitalistico: con mutamenti di tale portata, che è legittimo parlare di un « nuovo capitalismo », anzi di una « rivoluzione restauratrice », caratterizzata da una volontà di dominio tendenzialmente totalizzante.

L’epoca nella quale viviamo è caratterizzata da una profonda rivoluzione capitalistica trainata da un processo di globalizzazione con connotati ben diversi da altri che hanno contrassegnato la storia del capitalismo nelle sue differenti fasi. I cambiamenti sono così rilevanti che possiamo a ragione parlare oggi di un nuovo capitalismo. Questa rivoluzione prende le sue mosse circa a metà degli anni ’70 e i suoi inizi sono segnati dallo spezzarsi dal nesso tra sviluppo economico e aumento di un’occupazione tendenzialmente stabile, dalla fine della convertibilità del dollaro in oro, dalla prima grande crisi petrolifera, ma anche della necessità del sistema capitalista di dare una risposta sia alla grande crisi economica degli anni ’74-’75 sia a quel grande movimento rivoluzionario della fine degli anni ’60 che, seppur con caratteristiche, intensità e durata diversa da paese a paese, si sviluppò a livello mondiale.

Questa rivoluzione che ha aperto una nuova fase nella storia del capitalismo, ha inciso profondamente nei sistemi e nell’organizzazione produttiva, nella composizione del capitale e nella strutturazione del lavoro, nel ruolo degli stati nazionali e nel funzionamento della democrazia, nella concezione della politica e della cultura, nelle relazioni internazionali e nell’uso della guerra, nella vita materiale e nell’immaginario collettivo di milioni di persone.

L’esito cui finora è approdata questa rivoluzione è quello di avere spostato i rapporti di forza a favore del capitale e a discapito del lavoro, di avere aumentato enormemente le diseguaglianze e le ingiustizie, le differenze sociali e le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri, la concentrazione del potere in poche mani e la lontananza delle grandi masse da quest’ultimo, di avere provocato la distruzione dell’ambiente.

Per queste ragioni appare appropriato, usando un ossimoro, parlare di rivoluzione capitalistica restauratrice, cogliendo appieno la sua estrema novità e insieme la sua funzione di ribadire in forme ancora più acute e totalizzanti il dominio del capitale nel mondo intero.

La nuova fase del capitalismo e l’attuale processo di globalizzazione pongono problemi rilevanti di analisi e di interpretazione che infatti sono oggetto di un ampio dibattito internazionale al quale partecipiamo attivamente, a partire dalla rilevazione di alcune caratteristiche essenziali.

Tesi 5 — Il capitale

Il processo di autovalorizzazione del capitale si modifica: crescita spettacolare della finanziarizzazione, intensificazione dello sfruttamento del lavoro, materiale e « immateriale » sussunzione diretta della scienza nel ciclo produttivo. Muta l’organizzazione del lavoro, con il superamento del modello taylorista. E l’espansione produttiva si articola in termini radicalmente inediti su scala internazionale.

É intervenuta una modificazione nel processo di valorizzazione del capitale, sia nel senso di un ulteriore, enormemente accresciuto, processo di finanziarizzazione (tra il 1970 e il 2000 il volume degli scambi finanziari è passato da 20 a oltre 2000 miliardi di dollari, di cui 4/5 sono rappresentati da operazioni di durata inferiore ai 7 giorni), sia perché è diventato relativamente assai più incidente lo sfruttamento diretto e indiretto del lavoro immateriale (dal campo dell’informazione a quello delle relazioni umane) senza che sia venuto meno quello sul lavoro materiale; sia perché assistiamo ad una diretta sussunzione dello sfruttamento dell’ambiente e della natura, nonché della stessa vita vegetale, animale e umana — attraverso un asservimento della ricerca scientifica e delle sue applicazioni nel campo delle biotecnologie.

É intervenuta una modificazione dell’organizzazione produttiva, dopo la crisi di quella basata sul principio della produzione di massa per il consumo di massa che aveva contrassegnato il ciclo fordista — taylorista — keynesiano, con la tendenziale adozione di sistemi produttivi basati sul principio del cosiddetto just in time, ossia mutuati dall’esperienza condotta nelle aziende Toyota in Giappone.

É in corso un’articolazione produttiva che non ha precedenti in fasi pregresse di espansione internazionale del capitale e che permette, a volte anche all’interno della stessa azienda e del suo indotto, di far convivere, seppure in diverse zone geografiche, sistemi produttivi post-fordisti, con la permanenza di quelli fordisti o addirittura pre-fordisti e arcaici.

Tesi 6 — Il lavoro

Contrariamente alla vulgata sulla « fine del lavoro », il lavoro dipendente è cresciuto nel mondo a ritmi grandissimi. Ma gigantesca, in parallelo, è la sua frantumazione, mentre il mercato del lavoro tende a suddividersi in un nucleo di occupati « garantiti », sempre più ristretto, un’area di lavoratori precari, « atipici », progressivamente crescente, una massa di disoccupati, più o meno, cronici.

Siamo di fronte a un gigantesco processo di frantumazione del mondo del lavoro: contrariamente alla vulgata sulla « fine del lavoro » nel mondo, sia ora che nelle previsioni future di tutti gli enti internazionali che si occupano dell’evoluzione degli scenari economici e sociali, il lavoro dipendente è cresciuto ed è destinato a crescere enormemente su scala mondiale, qualunque sia la forma giuridica o la definizione sociologica che assume da paese a paese. Questo non deriva soltanto dal diffondersi della produzione industriale e della sua articolazione sul pianeta, ma dalla sussunzione nell’ambito del lavoro dipendente di figure un tempo appartenenti al lavoro autonomo. Contemporaneamente — e questo è ovviamente più evidente nei paesi a capitalismo maturo — è in corso una tripartizione del mercato e del mondo del lavoro, tra un nucleo sempre più ristretto di lavoratori a tempo pieno e indeterminato, una crescente area di lavoratori precari e atipici, una cronica disoccupazione di massa. In alcuni paesi — come negli Stati Uniti d’America — queste ultime appaiono meno estese semplicemente perché l’estrema liberalizzazione del mercato del lavoro rende ancora più larga l’area del lavoro precario ma i criteri con cui viene censito lo fanno rientrare statisticamente nel campo dell’occupazione.

Tesi 7 — La rivoluzione informatica

La così detta rivoluzione informatica modifica profondamente la composizione organica del capitale e contribuisce a rendere « incontrollabili » i movimenti finanziari. Nei sette paesi più industrializzati, gli scambi di moneta elettronica superano circa sette volte le riserve delle Banche centrali.

Un volano potente dell’attuale rivoluzione capitalistica e del processo di globalizzazione è certamente rappresentato dalla rivoluzione informatica e dal peso crescente dell’informazione e del prodotto intellettuale nei processi di valorizzazione del capitale. La velocità delle trasmissioni ha fornito inoltre un impulso determinante ai processi di finanziarizzazione del capitale, alla estrema rapidità e brevità delle transazioni e quindi al loro carattere prettamente speculativo, così come alla globalizzazione della produzione.

Non si tratta solo di un aumento quantitativo, ma di una modificazione qualitativa nella composizione organica del capitale, poiché grazie all’informatizzazione, viene ridotto il peso relativo del capitale fisso, cioè dei macchinari, nella formazione dei prezzi di produzione. Allo stesso tempo l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della telecomunicazione hanno allo stato dei fatti accentuato e velocizzato in modo considerevole i movimenti di capitale che risultano spesso incontrollabili da parte degli stati nazionali, rendendo più profonde e gravi le crisi alla periferia dello sviluppo capitalistico e facendo presagire in futuro una accentuazione dell’instabilità dei cambi anche tra le valute delle aree forti.

Tesi 8 — Il crollo del socialismo reale

La globalizzazione è stata favorita dal fallimento dei sistemi detti di « socialismo reale » e — in Italia — dalla sconfitta operaia degli anni ’80: la successiva temperie ideologica neoliberista ha coinvolto la sinistra moderata. A Maastricht l’Europa è nata sotto questo segno.

Questa rivoluzione capitalistica si è accompagnata — e da un certo momento in poi è stata favorita — al fallimento dei sistemi del « socialismo reale » e a una sconfitta operaia che, almeno in Europa, ha assunto rilevanti dimensioni. A partire dagli anni ’80, in particolare in Italia dopo la sconfitta alla Fiat, i processi di ristrutturazione capitalistica si sono potuti giovare degli arretramenti del movimento dei lavoratori, gli stessi che spiegano la continua regressione dei partiti della socialdemocrazia e dei partiti comunisti europei. Gli attacchi allo stato sociale europeo, il processo stesso di costruzione dell’Unione europea, i contenuti del trattato di Maastricht e del Patto di stabilità, sono stati determinati in modo prevalente da coordinate neoliberiste accettate dai partiti dell’Internazionale socialista. In questo senso la globalizzazione capitalistica non si spiega grazie ad una sorta di determinismo economico, ma anche come il risultato di una offensiva politica e sociale da parte delle classi dominanti sia a livello nazionale che sovrannazionale. Questa spregiudicatezza nell’utilizzo di strumenti diversi dimostra la capacità delle grandi forze capitalistiche di liberarsi da qualsiasi controllo sulle proprie azioni, grazie all’accresciuta forza della concentrazione internazionale del capitale, non rinunciando allo stesso tempo ad esercitare pressioni sui singoli stati o gruppi di stati, come sull’Ue, per ottenere non solo ulteriori liberalizzazioni, ma anche il diretto sostegno ai propri interessi nelle relazioni internazionali, politiche, economiche, finanziarie e militari.

Il trionfo del liberismo e il salto di qualità nel processo di globalizzazione capitalistica sono dipesi anche dal fallimento dei paesi del « socialismo reale », in particolare dal crollo dell’Urss e dall’inserimento consapevole e progressivo della Cina nei meccanismi dell’economia di mercato. Questi avvenimenti hanno facilitato l’offensiva ideologica e materiale delle borghesie occidentali che hanno potuto estendere la legge del mercato in settori e territori che fino a non molto tempo fa ne erano esclusi.

Tesi 9 — Le crisi ambientali

Produttivismo e consumismo stanno provocando il collasso dell’ecosfera. Le emergenze del clima, dell’acqua, dell’energia, del cibo non si superano, se non attraverso un modello di sviluppo radicalmente alternativo

Lo sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi secoli ha permesso ad una parte del mondo straordinari progressi accompagnati però da contraddizioni crescenti, fra quest’ultime gli squilibri sempre più evidenti nell’ecosistema. Il produttivismo da una parte e il consumismo dall’altra hanno favorito una crescita incontrollata dell’uso di risorse naturali, la distruzione di interi ambienti, cambiandone fisicamente la struttura, eliminando quantità incalcolabili di specie viventi, immettendo sostanze in qualità e quantità tali da non essere « metabolizzate » nei normali cicli naturali.

Da alcuni decenni, si sono sviluppati movimenti tesi a far prendere coscienza che è impossibile espandere all’infinito l’uso di energia e di materie prime, la trasformazione profonda del territorio e la produzione di rifiuti: è l’ecosfera a garantire la sopravvivenza dell’uomo e la continuità di tutto il suo agire e a causa delle alterazioni introdotte l’ecosfera sta avviandosi al collasso totale.

É evidente, inoltre, il fallimento della promessa di estendere a tutti il livello di consumi dei paesi più ricchi. Lo sviluppo tecnologico dei paesi industrializzati ha favorito la divaricazione fra i paesi più ricchi e quelli più poveri, distribuendo invece a tutti le conseguenze ambientali.

Per evitare il collasso dell’ecosistema e permettere ai paesi arretrati di raggiungere livelli di vita dignitosi, occorre ridurre drasticamente il consumo di risorse naturali nei paesi più industrializzati. La globalizzazione capitalistica sta inoltre determinando non soltanto il degrado dell’ambiente ma una vera e propria rottura tra il modello economico e sociale e l’esigenza di garantire la riproduzione ambientale. Questa globalizzazione provoca, dal punto di vista ambientale, un’accelerazione dell’entropia. I cicli economici si globalizzano interferendo con i cicli ambientali. Il moltiplicarsi degli spostamenti per le esigenze della produzione globale accresce a dismisura gli impatti. Il trasferimento delle produzioni avviene ricercando condizioni di maggiore sfruttamento anche dell’ambiente. La rottura tra la produzione alimentare e la sua dimensione territoriale distrugge i territori stessi e mette a rischio l’alimentazione. Nell’insieme si è affermato un rapporto perverso tra la crescita del prodotto interno lordo (Pil) e la produzione di effetto serra, mentre al contrario il Pil si è separato dalla produzione di occupazione stabile e di benessere sociale. Sono quindi messi in discussione il significato stesso di sviluppo e i parametri tradizionalmente utilizzati per misurarlo. L’insicurezza ambientale coinvolge la generalità delle persone. Si verificano grandi crisi ambientali che si intrecciano tra loro, sommando così gli effetti negativi: quella climatica, quella energetica, quella dell’acqua, quella alimentare, sia dal punto di vista del fenomeno della fame che della degradazione dell’alimentazione. Nei prossimi venti anni, la mancanza di acqua sarà causa di guerre in molte parti del mondo. Queste crisi, per essere effettivamente affrontate, pongono il problema di una radicale messa in discussione delle logiche di fondo dell’economia capitalistica e della sua globalizzazione. Il boicottaggio degli accordi di Kyoto dimostra che le classi dominanti cercano in ogni modo di garantire la sopravvivenza dell’attuale modello, scontando una crescita degli squilibri e del degrado. Perciò l’attuale assetto globale vuole garantirsi, pur tra contrasti, ma entro un orizzonte comune, anche il controllo della riproduzione manipolata attraverso il dominio genetico. Vi è l’esigenza, non rimandabile, di mettere in campo un diverso progetto di economia e società che metta in discussione il modo attuale di produzione, nella consapevolezza che lo sviluppo non può più non rispettare i tempi biologici della natura e che è necessario arrivare ad una società basata sull’equilibrio. In questo contesto si collocano i grandi temi della salvaguardia della biodiversità e dei diritti e tutele delle diverse specie viventi. I diritti degli animali costituiscono quindi parte integrante della costruzione di un diverso mondo possibile.

Tesi 10 — La crisi dello stato-nazione

Gli stati nazionali crescono di numero, ma vanno progressivamente smarrendo potere. La politica economica viene esercitata dalle multinazionali, da grandi organismi internazionali (dal Fmi al Wto), mentre le priorità di bilancio (ma anche le politiche di sicurezza) sono decise a livello sovranazionale (la Ue). Si svuota la tradizionale funzione di mediazione dello Stato che diventa « garante » degli investimenti del capitale internazionale e dell’espansione del mercato.

Se queste sono le principali modificazioni intervenute sul piano strutturale ed economico, quelle che riguardano il terreno istituzionale e delle relazioni internazionali possono essere riassunte nelle seguenti.

Assistiamo da tempo ad un processo di crisi dello stato-nazione. Questo non significa la sparizione degli stati — anzi il loro numero è in continuo aumento — ma una rilevante perdita di potere e di autorevolezza in molti campi ed una marcata modificazione di ruolo. Lo stato-nazione è messo in discussione da due lati e da due processi, dall’alto e dal basso.

É messo in discussione perché perde la sovranità su molte materie che un tempo erano di sua tradizionale pertinenza. Nel campo della politica economica assistiamo ad una drastica limitazione delle stesse possibilità di programmazione economica, poiché le leve di comando dell’economia risiedono nei grandi organismi costruiti su basi a-democratiche a livello internazionale, come il Fondo monetario internazionale (FMI), l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Banca mondiale (BM), l’organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica (OCSE). Le decisioni di politica economica e di bilancio sono condizionate in modo assolutamente prevalente da accordi sovranazionali, come, nel caso europeo, dal trattato di Maastricht e dal conseguente Patto di Stabilità. La tradizionale funzione mediatoria che lo stato ha avuto, pur nella sostanziale difesa della società capitalistica, anche sul terreno di una certa ridistribuzione del reddito e della organizzazione dei servizi sociali, tende ad essere sostituita da quella di porsi come migliore garante dell’allocazione degli investimenti del capitale internazionale e della creazione di nuovi terreni per il mercato, con la riduzione dello spazio pubblico.

Nello stesso tempo le forme sovranazionali di comando spingono verso una costante diminuzione della democrazia, verso sistemi a-democratici e di democrazia autoritaria all’interno degli stati nazionali. Questi processi sono ulteriormente amplificati dallo stato di guerra permanente instauratosi in questi ultimi anni, dai conseguenti fenomeni di militarizzazione in atto e dall’enfatizzazioni di logiche sicuritarie.

Persino le funzioni di ordine pubblico che venivano gestite dai governi nazionali entro il proprio territorio, dipendono sempre più da decisioni e ordini che provengono da centri di comando internazionali, come si è verificato in occasione dei recenti vertici, come quello di Genova.

Tesi 11 — La disarticolazione dello stato

I poteri decisionali dello Stato-nazione vengono erosi, in basso, dalla spinta alla frammentazione localistica, che in Italia ha assunto la forma del federalismo. Una scelta funzionale allo smantellamento progressivo del Welfare

Contemporaneamente il ruolo degli stati-nazione è attaccato dal basso, ossia da un processo di frammentazione su scala locale del residuo potere decisionale, che nel nostro paese ha assunto la forma di una modificazione in un senso cosiddetto federalista della stessa Costituzione. É un processo che si accompagna ed è funzionale ai processi di privatizzazione — che nel nostro paese sono stati negli ultimi anni particolarmente massicci — e di distruzione del welfare state sul piano interno, nonché alle tendenze — del resto apertamente teorizzate — delle aree forti, cioè delle aree omogenee per « affari », a collegarsi direttamente tra loro saltando ogni mediazione statuale e sfruttando incentivi e legislazioni favorevoli a livello sovranazionale. Anche in questo caso non assistiamo ad un avvicinamento delle sedi decisionali al cittadino, ma al contrario ad un’ulteriore occupazione dello spazio pubblico da parte dell’interesse privato e del mercato, ad una sottrazione di democrazia, ad un ulteriore indebolimento della coesione della comunità nazionale.

Tesi 12 — La guerra, nuova dimensione della politica internazionale

Mentre deperiscono le sedi storiche di governo delle relazioni tra gli stati, come l’Onu, si rafforzano strutture come il G8 e la Nato. La guerra diventa la modalità stessa della politica internazionale: essa è costituente nel senso che tende a costituire sia un nuovo assetto unipolare ("amicizia" di lungo periodo tra Usa, Russia e Cina) sia i propri organi di dominio, sia alleanze a geometria variabile.

Gli organismi internazionali che erano preposti al governo delle relazioni internazionali conoscono una profonda crisi ed una cancellazione del loro ruolo sia possibile che reale. É il caso dell’ONU sostituito sul piano politico e militare dal G8 e dalla Nato e su quello delle politiche economico-sociali dall’OMC e da altri organismi e momenti di incontro specifici tra i paesi più ricchi e dominanti.

La stessa politica internazionale subisce una profonda torsione. La guerra non è più soltanto la prosecuzione della politica con altri mezzi, secondo la celeberrima definizione, ma è sempre più — con un’accelerazione intensissima nei recenti anni ’90 — la dimensione stessa della politica internazionale nell’epoca della globalizzazione: il passaggio dalla guerra minacciata alla guerra guerreggiata avviene senza soluzione di continuità, senza atti di dichiarazioni internazionali che l’annuncino, al di fuori di sedi istituzionalmente predisposte ad assumere decisioni di questa natura limitando il ruolo degli stati nazionali a quello di offrirsi come semplici pedine all’interno di strategie militari decise in altro luogo. Con la guerra del Golfo e in particolare con quella dei Balcani, la guerra ha assunto il ruolo di costituente di un nuovo ordine mondiale, che ora, nella prima guerra della globalizzazione, cominciata con l’attacco anglo-americano dell’Afganistan, sembra dotarsi di ulteriori nuovi strumenti di governo a geometria variabile (al di là degli stessi G8 e Nato, essendone evidenti, soprattutto per quest’ultima, i limiti di fronte alla nuova situazione mondiale), attorno a un asse costituito dagli Stati Uniti d’America, dalla Russia e dalla Cina.

In sostanza il processo di globalizzazione pur non essendo né lineare né privo di contraddizioni, è tutt’altro che anarchico e incontrollato. Al contrario produce e rinnova continuamente i suoi organi di governo, entro i quali cerca di compensare le contraddizioni e le tensioni che si producono al suo interno e tra i suoi stessi protagonisti. Questi organi di governo sono costruiti su base assolutamente a-democratica, estranei e contrapposti agli organi legittimamente fondati e riconosciuti da governi, nazioni e popoli, impermeabili alla volontà popolare e violentemente ostili e ferocemente repressivi verso qualunque movimento o istanza contestativi.

Tesi 13 — Il ruolo degli usa

Una consistente eccezione alla crisi degli stati nazionali concerne gli Stati uniti d’America: paese-guida della rivoluzione capitalista e della globalizzazione, esso occupa oggi una posizione egemonica nella costruzione del nuovo ordine mondiale unipolare, anche in virtù della sua potenza militare.

Naturalmente la crisi dello stato nazione non investe tutti gli stati nella stessa misura e allo stesso modo. In aree del mondo forme di resistenza nei confronti del processo di globalizzazione, che possono accentuarsi nell’attuale fase di crisi di quest’ultimo, si muovono anche facendosi forza della dimensione statuale. Certamente questa crisi non riguarda il ruolo degli Stati Uniti d’America. Questo stato si pone come il motore del processo di globalizzazione. Le ragioni sono storiche, economiche, militari e di modello sociale. Gli Stati Uniti sono il paese che con il sistema fordista-taylorista-keynesiano e il new deal ha sperimentato e diffuso le più importanti esperienze di strutturazione e organizzazione del sistema capitalista nella prima metà del novecento; sono usciti dal secondo conflitto mondiale con una funzione di guida nel cosiddetto primo mondo nel quale si concentrava il sistema capitalista; hanno avuto un ruolo preminente in campo finanziario e monetario, anche attraverso gli accordi di Bretton Woods; hanno rafforzato la loro autorevolezza nella lunga contesa contro il campo dominato dall’Unione sovietica; sono la sede originaria di molte delle principali imprese finanziarie e delle multinazionali; hanno sviluppato una potenza militare soverchiante rispetto ad ogni altra; hanno modellato un sistema sociale ed economico che vuole apparire come l’inveramento più autentico delle dottrine neoliberiste anche se l’economia di quel paese è dipesa in modo consistente da politiche di gestione dall’alto delle dinamiche apparentemente spontanee di mercato, politiche sovente mercantilistiche e protezionistiche condotte sotto la bandiera ideologica del liberoscambismo.

Sulla base di tutto questo gli Stati Uniti d’America si sono trovati in posizione di guida nell’attuale rivoluzione capitalistica e nel processo di globalizzazione, pur essendo stato rilevante il concorso anche di altri paesi, per certi periodi in aperta competizione con gli stesi USA, come il Giappone specialmente per quanto riguarda l’innovazione dei modelli e dell’organizzazione produttiva.

Nel corso dell’esercizio pluriennale di una funzione preminente nel sistema capitalistico gli Stati Uniti hanno tuttavia conosciuto rilevanti modificazioni particolarmente per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari e i loro rapporti con gli altri paesi: infatti gli USA che erano la più importante fonte mondiale di liquidità e di investimenti all’estero negli anni ’50 e ’60, sono diventati, oggi, il maggior paese debitore e il più grande ricettore di investimenti stranieri.

L’insieme di questi processi colloca oggi gli USA in una posizione egemonica nella costruzione degli strumenti di governo unipolare e oligarchico del mondo, ruolo che è ancora più sottolineato e favorito dall’esercizio della guerra, come è stato ulteriormente confermato nell’attuale conflitto contro l’Afganistan. La potenza militare degli Usa — e lo sviluppo della tecnologia ad essa finalizzata — è assolutamente soverchiante ed essi la sfruttano appieno per ribadire la loro primazia nel processo di globalizzazione, come dimostra anche l’attuale discussione attorno alla costruzione dello « scudo spaziale ».

Tesi 14 — Il superamento della nozione classica di imperialismo
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

La nozione classica di imperialismo, nei termini definiti da Lenin, Luxemburg e Hilferding, appare oggi inadeguata. Essa « sintetizzava » fenomeni quali la centralizzazione capitalistica al crescente livello dello Stato, la fusione tra capitale industriale e finanziario, gli scontri anche militari tra potenze imperiali per il controllo di risorse, territori, mercati. Oggi, all’opposto, il capitalismo si muove su straordinarie concentrazioni trans e sovranazionali, che condizionano le scelte e la politica degli Stati, anche i più forti, ed è cresciuta l’autonomia dei mercati finanziari. Ma soprattutto, nella generale accettazione della globalizzazione capitalistica che coinvolge tutte le potenze a livello mondiale, i contrasti tra gli Stati non producono di per se né la costruzione di un campo antimperialista né dirompenti contraddizioni di tipo interimperialistico. Come del resto, paesi aggrediti delle grandi potenze, non si trasformano per questo in soggetti antimperialisti.

In questo quadro così mutato la nozione classica di imperialismo appare inadeguata per caratterizzare l’attuale fase dello sviluppo capitalistico. Conseguentemente catalogare i contrasti e i conflitti internazionali fra stati come effetti delle contraddizioni interimperialistiche sarebbe totalmente fuorviante. Il processo di accumulazione capitalistica ha avuto sin quasi dagli inizi una dimensione sovrannazionale. L’imperialismo, nei termini definiti da Lenin e da Rosa Luxemburg, come pure, con le distinzioni necessarie, da Hilferding, si è sviluppato a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo ed ha raggiunto il suo culmine con la Prima guerra mondiale. Dopo la Seconda guerra mondiale, ha assunto nuove forme per cui è stata pertinentemente usata la categoria di neocolonialismo o neoimperialismo. L’analisi del fenomeno imperialista, come si presentava nella prima parte del secolo scorso, si basava essenzialmente sull’osservazione della fusione tra il capitale finanziario e il capitale industriale, sulla tendenza alla creazione di monopoli, su processi di centralizzazione capitalistica che avvenivano a livello statale ed attraverso gli stati esercitavano la loro potenza a livello internazionale, sull’esportazione di merci e capitali verso nuove terre, sull’utilizzo di scontri armati e delle guerre fra stati imperialisti e capitalisti per il controllo di territori, di risorse, di mercati.

Oggi le condizioni sono radicalmente mutate. I processi di centralizzazione e concentrazione capitalistica hanno assunto un carattere sovranazionale senza precedenti con mutazioni nella strutturazione della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, con una diversa distribuzione territoriale e con un ruolo enormemente accresciuto dei mercati finanziari che tendono ad operare con una relativa autonomia. Le varie funzioni del denaro, quale mezzo di scambio, di risparmio e di investimento vengono strettamente compenetrate per un più totale dominio dei mercati globali. La presenza dei centri decisionali del capitale in determinati stati piuttosto che in altri — e fra i primi in modo preminente negli Stati Uniti d’America — non significa che essi si muovono sulla forza degli stati ma, al contrario, che essi ne condizionano e ne determinano non solo la politica, ma anche modi di funzionamento.

Queste tendenze contemporanee e il nuovo contesto segnato dal crollo dei paesi del « socialismo reale » e dalla fine della « guerra fredda », autorizzano la conclusione che non è affidabile ai contrasti tra paesi capitalisti e alle contraddizioni interimperialistiche la crisi e la sconfitta della globalizzazione capitalistica e che è improponibile l’ipotesi di guerre interimperialistiche. Di conseguenza i conflitti di questa fase e quelli in prospettiva non possono essere interpretati in funzione di contrapposizione tra le maggiori potenze. Vanno e andranno collocati entro l’esigenza di gestione della globalizzazione capitalistica e di salvaguardia del sistema nel suo insieme, al quale si oppone il movimento no-global.

Tesi 15 — I nuovi assetti del mondo

Nella fine dell’ordine bipolare, si è consumata non solo l’idea tradizionale di divisione tra un Primo, un Secondo e un Terzo mondo, ma quella, più recente, tra Nord e Sud. Più efficace ci pare il paradigma delle contraddizioni tra i diversi Centri e le diverse Periferie della globalizzazione. Muta la stessa nozione di territorio: oggi è più corretto parlare di « luoghi-mondo », sistemi urbani collegati dalla rete e da flussi stabili di comunicazione

La contraddizioni tra grandi paesi capitalisti non hanno comportato da tempo e non comportano guerre tra loro, non solo a causa del superamento dei confini nazionali operato dalle grandi centralizzazioni capitalistiche, ma anche perché i vari organi di governo del processo di globalizzazione, seppure dominati politicamente dagli USA, servono da camera di compensazione dei contrasti e delle contraddizioni che pure permangono, ed impediscono che questi giungano alla forma acuta di un conflitto armato.

Il mondo non è più diviso in blocchi contrapposti, né tripartito tra Primo, Secondo e Terzo mondo, come veniva analizzato da una parte importante del movimento comunista internazionale nel secondo dopoguerra. Tra i paesi che erano inclusi allora nel Terzo mondo, rilevanti sono state le modificazioni sia dal punto di vista economico che politico — si pensi all’est dell’Asia — che renderebbero impossibile proporre unità di condizioni e di schieramenti del tipo di quelli sperimentati nel passato, cioè dei cosiddetti paesi non allineati.

Lo stesso contrasto fra Nord e Sud del mondo va riletto alla luce delle nuove trasformazioni. Pur avendo la globalizzazione determinato — come abbiamo già visto — l’aumento enorme delle diseguaglianze tra i paesi più ricchi e quelli più poveri, appare più giusto e fertile leggere le contraddizioni mondiali secondo un asse di contraddizione tra Centro e Periferia del processo di globalizzazione. Anzi tra più centri e più periferie, poiché gli uni e le altre possono trovarsi su scala locale entro gli stessi paesi capitalistici più sviluppati.

In questo senso muta anche la concezione tradizionale di geopolitica. É infatti necessaria una ridefinizione dello stesso concetto di territorio riguardo al processo di globalizzazione, poiché quaest’ultimo ha bisogno sì di localizzazioni, ma queste anziché riconoscersi nei territori degli stati, si concentrano in sistemi territoriali prevalentemente urbani collegati attraverso reti materiali e immateriali di comunicazione (in luoghi-mondo, secondo una felice terminologia socio-economica). Indubbiamente la scomparsa di un campo contrapposto a quello capitalista da un lato e le necessità economiche del processo di globalizzazione dall’altro, hanno esposto ulteriormente le periferie del sistema capitalista mondiale ad una ulteriore depredazione e ad uno stato continuo di guerre.

Queste ultime sono fomentate o condotte direttamente dallo stato guida della globalizzazione, gli USA, e dagli organi da esso dominati, sia per ribadire l’impossibilità di sottrarsi a quel processo e al governo unipolare del mondo e in questo caso, assumono le caratteristiche di atti punitivi, di ritorsioni e di rappresaglie sia per mantenere o conquistare il controllo e il possesso di fondamentali materie prime, tra cui fonti energetiche quali il petrolio che continuano ad avere un importanza strategica fondamentale.

Conseguentemente appare improponibile l’idea della costituzione di fronti antimperialistici tra stati. Non solo per le mutate caratteristiche dell’attuale capitalismo, ma per le indisponibilità degli stessi soggetti. Questo è dimostrato dal processo di convergenza con gli USA sulla guerra in Afghanistan di Russia e Cina, dalla disponibilità della prima nei confronti della Nato e dal comportamento tenuto anche nell’ultimo vertice dei G8 di Genova. Così come l’ingresso nel WTO della Cina conferma la sua propensione ad integrarsi nel processo di globalizzazione. In questo quadro può proseguire l’attuazione di un progetto annessionista statunitense e dell’annullamento delle sovranità statuali nel suo « cortile di casa ». Dopo la creazione del NAFTA (Area di libero commercio del nord America), dopo la proposta dell’Accordo multilaterale sugli investimenti (AMI) e i negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la creazione dell’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA) dal Canada alla Patagonia, rappresenta oggi il più avanzato progetto commerciale, politico e militare che ridefinisce la presenza egemonica degli Stati uniti su tutto il continenente e non solo. Si tratta di un mercato potenziale di più di 800 milioni di consumatori, di una riserva strategica di risorse energetiche come il petrolio, ma anche di acqua e della biodiversità amazzonica. L’ALCA ha nel « Plan Colombia » il suo braccio armato e nell’Iniziativa andina la sua estensione regionale.

Questo non significa che nel mondo sia in corso un processo di omologazione assoluta al sistema capitalista, né che tra gli stessi stati maggiori e più forti, in Europa come in Asia, non vi siano contrasti con gli USA: ma questi oggi avvengono entro questo processo di globalizzazione non contro di esso, e l’evoluzione futura di questi contrasti, in senso ulteriormente integrativo o nuovamente conflittuale, è legata all’esito della crisi nel processo di globalizzazione, di cui ora stiamo avvertendo consistenti manifestazioni.

Tesi 16 — Lo stato dell’unione europea

Drammatica è la crisi della costruzione europea, mera unità monetaria sempre più prigioniera dei suoi vincoli di compatibilità, sempre meno soggetto politico dotato di autonomia. Sempre più evidente la sua natura a-democratica, a cui non ha certo ovviato la Carta di Nizza.

L’attuale situazione mondiale mostra per intero la debolezza politica della costruzione europea. Di fronte alla attuale guerra, come già successe nel caso dei Balcani, i vari governi della Unione Europea (UE) si sono messi in gara nell’offrire i migliori servizi agli Usa. Questi ultimi hanno così potuto risottolineare la loro totale preminenza politica sui singoli paesi europei e sull’Unione in modo addirittura mortificante per quest’ultima. Il comportamento dell’Italia è stato un esempio lampante.

In sostanza l’Unione Europea è sempre più un’unità monetaria e una potenza commerciale e sempre meno un soggetto politico dotato di autonomia sulla scena internazionale.

Non solo, ma anche sul terreno squisitamente economico l’UE si rivela priva di qualunque capacità di iniziativa autonoma. Mentre negli USA vengono riproposte politiche economiche di deficit spending, seppure di destra, i paesi europei sono paralizzati dall’osservanza dei vincoli imposti dal Patto di Stabilità. La Banca Centrale Europea si è finora rifiutata infatti di avviare politiche anticicliche con la scusa di prevenire il rilancio dell’inflazione.

Contemporaneamente in molti paesi europei vengono portati avanti processi di privatizzazione, di distruzione dello stato sociale, di liberalizzazione del mercato del lavoro che tendono ad omologare il modello sociale europeo a quello americano o comunque ad assumere ed applicare nella loro interezza le dottrine neoliberiste.

Intanto è sempre più evidente il carattere a-democratico dell’attuale processo di costruzione europea. Il Parlamento Europeo che pure è un organo elettivo, per di più secondo una legge elettorale di tipo proporzionale, è privato di poteri decisionali a vantaggio di organismi (come la commissione europea) a carattere non elettivo. Questo carattere a-democratico non è stato affatto modificato dalla Carta dei diritti approvata a Nizza nel 2000 che infatti abbiamo già criticato per le sue caratteristiche del tutto astratte dalla condizione sociale che si vive in Europa. Nello stesso tempo assistiamo ad un’impasse della discussione sull’allargamento dell’UE a nuovi Stati.

In sostanza la costruzione europea versa in una grave crisi, che rischia, data l’attuale stretta mondiale, di farsi irreversibile. L’unica possibilità per rilanciare l’idea di un’Europa unita, soggetto democratico e attivo politicamente sulla scena mondiale, è rappresentata dal protagonismo di movimenti di massa, di nuovi attori sociali e politici che sappiano, assieme alla battaglia per la democratizzazione della costruzione europea — e quindi per una Costituzione europea capace di affermare i diritti universali e la partecipazione dei cittadini — portare al più alto livello le conquiste della civiltà e del modello sociale del nostro continente frutto di lotte ormai secolari del movimento democratico e delle classi subalterne. Anche la realizzazione di questa possibilità, oltre che riguardare la crescita dei movimenti su scala europea e mondiale, nonché di un nuovo soggetto politico europeo capace di unire le forze politiche dell’alternativa, dipende dall’evoluzione della nuova fase di crisi del processo di globalizzazione che è sotto i nostri occhi.

Tesi 17 — La condizione dei migranti

La guerra globale si nutre di razzismo e xenofobia, anzi della « razzizzazione » del nemico, e del nemico interno. Si aggrava drammaticamente la condizione dei migranti e dei profughi, che vengono privati di diritti fondamentali e ridotti a forzalavoro usa-e-getta.

La prima guerra globale esalta e al tempo stesso si nutre dell’eterofobia e del razzismo. Non è certo un fenomeno inedito: la « razzizzazione » del nemico, il sospetto o la caccia contro il « nemico interno », in definitiva il nesso fra guerra e razzismo hanno caratterizzato anche i conflitti bellici del Novecento. Ma nel caso dell’attuale conflitto civile planetario v’è qualcosa di più: non trattandosi di una guerra fra Stati sovrani, l’evanescenza del Nemico si traduce in una diffusa e pervasiva « nemicizzazione » dell’Altro, di chiunque sia reputato estraneo alla « Civiltà occidentale ». La xenofobia e il razzismo divengono così parte integrante ed essenziale della struttura che regge la guerra planetaria.

Inoltre: il ciclo terrorismo-guerra-minaccia del terrorismo, tendenzialmente instaura uno stato di eccezione generalizzato e permanente, che ha come corollari un nuovo « maccartismo », la riduzione o cancellazione di libertà democratiche, l’enfatizzazione dei miti e dei dispositivi di sicurezza. E quando si rafforzano l’ideologia e le pratiche sicuritarie, le prime vittime sono i migranti, i profughi, gli « estranei », additati come complici del nemico e al tempo stesso come causa di insicurezza.

Nei paesi dell’Unione europea, questo clima contribuisce ad aggravare le condizioni materiali dei migranti e dei profughi, e ad esaltare la tendenza a privarli di diritti fondamentali, a cominciare dal diritto all’asilo e da quello ad avere uno status e un soggiorno legali. Il clima da caccia al nemico interno, inoltre, rallenta il pur lento processo di cittadinizzazione dei « residenti non cittadini » presenti in Europa — almeno tredici milioni di persone — e favorisce il tentativo, costantemente perseguito dal padronato, di ridurli a forza-lavoro « bruta », a manodopera usa-e-getta, come è evidente in Italia nel disegno di legge Bossi-Fini.

Appare chiaro allora che la difesa dei migranti e dei profughi, della loro sicurezza, dei loro diritti, del loro lavoro, è parte ineludibile della strategia contro la guerra civile planetaria e permanente. Ma c’è di più. Oggi è indispensabile praticare una modalità di conflitto che sia sempre transculturale, ed occorre essere consapevoli che la creazione di uno schieramento sociale d’alternativa non può fare a meno dei migranti, e che da essi non può prescindere la stessa composizione, singolare e collettiva, della soggettività comunista nel nuovo secolo.

Del resto, sostenere il movimento di lotta delle immigrate e degli immigrati per la completa parità dei diritti (in Italia come in Europa), non è pura questione di umanitarismo ne di semplice solidarietà. É al contrario una questione essenziale di autodifesa che le lavoratrici e i lavoratori italiani devono condurre contro l’imbarbarimento della vita, della società e della politica. Le politiche neoliberiste hanno infatti operato una generale precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro e puntano strategicamente sulla guerra tra i poveri, sostituendo al conflitto di classe il conflitto interetnico. D’altra parte è evidente che l’immigrata/o senza diritti, o con diritti estremamente limitati, è oggettivamente più concorrenziale in certi settori del mercato del lavoro. É soprattutto l’immigrata/o che subisce maggior sfruttamento, incidenti, condizioni di lavoro ai margini della legalità e la sua condizione di minorità giuridica e sociale è tale da erodere, in tempi più o meno rapidi, le stesse condizioni di lavoro delle/i lavoratrici/ori italiani. Per questo la ricomposizione di classe tra tutti i lavoratori, nativi e migranti, costituisce un punto fondamentale del nostro progetto politico.

Tesi 18 — La recessione economica mondiale

L’economia americana non tira, dopo quasi dieci anni di crescita ininterrotta: ritornano politiche di deficit spending di destra e di guerra. L’Europa è ferma. Il Giappone ha rallentato. Manca la possibile locomotiva dello sviluppo: perciò, la « grande depressione » non è impossibile.

Il grande elemento di novità che si è ora introdotto è una crisi nel processo di globalizzazione. Non siamo di fronte né ad un arresto, né ad un possibile ritorno indietro, ma certamente ad una crisi evidente sotto molti aspetti, che apre una nuova fase nella stessa globalizzazione. Il processo di globalizzazione ha conosciuto più di un episodio di crisi economica e finanziaria, si può ricordare il crack borsistico del 1987 o la grande crisi finanziaria che prese le mosse dalle cosiddette Tigri asiatiche nel 1997. Ma ora siamo di fronte a qualcosa di più profondo e di più grave, antecedente alla distruzione delle Twin Towers, ma da quell’episodio ulteriormente amplificato. In sostanza in mondo ha preso coscienza di essere entrato in una fase di recessione economica — se non peggio — solo dopo l’11 settembre, benché lo fosse realmente già da prima.

Se guardiamo la situazione economica mondiale a partire dagli Stati Uniti d’America, vediamo che la crisi era ben antecedente all’attacco terroristico e ha finito con il colpire tanto la « nuova » quanto la « vecchia » economia, di fatto inestricabili. Sotto questo profilo siamo di fronte — seppure in un modo nuovo — ad una tipica crisi di sovrapproduzione (negli Usa, ad esempio, gli investimenti enormi fatti nelle infrastrutture ottiche sono stati utilizzati solo per un’infima quantità). La grande bolla finanziaria sulla quale il mondo capitalistico siede aveva peraltro iniziato a sgonfiarsi all’inizio del ’2000 e gli effetti non hanno tardato a manifestarsi nelle Borse di tutto il mondo. É certo comunque che l’attuale « ritorno dello stato » avviene aggravando e non attenuando la feroce redistribuzione a danno dei ceti meno abbienti, e senza rimessa in questione della qualità dello sviluppo.

La crescita economica mondiale, pur calcolata con i criteri dominanti che contestiamo, indica un pesante rallentamento rispetto al decennio passato. L’economia americana dopo 9 anni di crescita non tira, quella europea neppure, il Giappone è fermo da tempo. Gli effetti sono evidenti: i consumi si riducono, i licenziamenti si moltiplicano, la disoccupazione cresce, la povertà aumenta ancora di più tra le classi lavoratrici. L’Agenzia delle Nazioni unite che osserva l’evoluzione del lavoro (ILO) prevde che nel 2002 vi saranno 24 milioni di posti di lavoro in meno nel mondo, per lo più concentrati in Asia e nei paesi poveri.

Gli USA cercano di reagire con una manovra anticiclica costituita da un rilancio dell’intervento pubblico a sostegno delle aziende, in particolare quelle connesse alla produzione di tipo bellico, e di un aumento dei consumi interni, favoriti anche da una restituzione del precedente prelievo fiscale. In sostanza essi praticano politiche di deficit spending. Questo ritorno a una manovra attiva della spesa pubblica, dopo anni di propaganda ideologica a favore delle dottrine liberiste, avviene in una chiave marcatamente di destra. Ora la produzione e il consumo di ordigni bellici di ogni tipo hanno un ruolo centrale. Nello stesso tempo la crisi della new economy spinge l’economia americana verso soluzioni inaccettabili per gli equilibri ambientali, come anche destabilizzazioni avventuristiche sul piano geopolitico: da qui il rifiuto americano dell’osservanza degli accordi di Kyoto nell’ambiente e l’accentuazione di un interesse primario — peraltro mai sopito — per il petrolio e le fonti energetiche non rinnovabili e conseguentemente per il controllo di quelle zone del mondo decisive a questo riguardo.

Invece negli altri paesi capitalisti continua la predicazione del liberismo allo stato puro e la sottomissione ai vincoli di bilancio.

Così è per l’Europa, prigioniera — malgrado qualche impazienza — del Patto di Stabilità.

Le previsioni per un’uscita dalla crisi sono incerte; anche perché manca l’individuazione di un paese e di una zona del mondo che funzioni da locomotiva. L’attuale recessione — e ciò è già presente nelle considerazioni di numerosi analisti — può perciò trasformarsi in una grande depressione, con incalcolabili conseguenze sul piano sociale.

Tesi 19 — Il pensiero unico si spezza

Si è irimediabilmente incrinato uno dei miti portanti della globalizzazione: quello di una crescita continua, di una vita più facile. In questa disillusione collettiva, la crisi assume forme contradditorie: esplode il terrorismo, ma cresce anche l’opposizione sociale e politica.

In ogni caso si è definitivamente incrinato uno dei miti del processo di globalizzazione, quello di una crescita forse non sempre travolgente, ma continua e sicura; quello che cercava di espungere la parola crisi dal vocabolario economico e dall’immaginario collettivo, quello che avrebbe dovuto assicurare, almeno alla porzione degli abitanti della zona più fortunata del pianeta, una esistenza senza incertezza. La globalizzazione — per bocca dei suoi apologeti e dei suoi propagandisti — prometteva l’allargamento della sfera dei consumi e una vita più facile, pur in un clima di competizione.

Questa promessa era sostenuta da un apparato ideologico potente e articolato, tale da costituire una sorta di « pensiero unico », come è stato felicemente definito, capace di intervenire in ogni campo e di proporsi come risolutivo per ogni problema.

Insomma il processo di globalizzazione è stato sospinto e a sua volta ha alimentato una vera e propria egemonia delle classi dominanti su scala mondiale fondata sul primato del calcolo economico, sulla logica dell’interesse e dell’impresa, sull’imperativo del mercato e della competitività.

Tutto questo conosce oggi una profonda crisi. La promessa di sicurezza nel futuro è irrimediabilmente incrinata per milioni di persone cui era stato fatto credere; l’esclusione da una condizione di benessere — anche se relativa — è invece drammaticamente confermata per la maggioranza dell’umanità. La logica dell’impresa continua ad essere l’unico modo con cui viene organizzata la produzione, ma la sua egemonia sulla società e sul sistema conosce delle profonde incrinature. Le grandi crisi ambientali mordono nel profondo le condizioni di vita e la riproduzione sociale.

Il terrorismo è un progetto politico nemico mortale di un’esigenza di trasformazione, ma allo stesso tempo è esso stesso prodotto e manifestazione della crisi della globalizzazione. Nei paesi più poveri cresce una opposizione in diverse forme alla sottomissione dei rispettivi governi alle politiche neoliberiste. Nel mondo prende corpo un vasto, duraturo, articolato movimento contro la globalizzazione, che unisce varie figure sociali, diverse culture e opzioni ideali e politiche. Insomma la normalizzazione del mondo sotto l’egida del dominio del capitale non è riuscita.

Tesi 20 — La seconda fase della globalizzazione

Dopo lo sviluppo imperioso il capitale deve di gestire direttamente la sua crisi. Alla ricerca di nuovi strumenti di comando e di controllo sceglie la strada dello « stato di guerra » e della repressione.

Il processo di globalizzazione non è sbaragliato, ma inizia una nuova fase: dopo quella del suo sviluppo imperioso e diffuso, entra in una seconda fase, quella della gestione della sua crisi.

A quanto si vede questa gestione viene affidata al prolungamento di uno stato di guerra, dal quale ottenere un dominio che non è più conquistabile solo per via egemonica. Per questo sono necessari nuovi strumenti di comando del processo di globalizzazione, il soffocamento — anche attraverso la stretta tra terrorismo e guerra — dei movimenti contestativi e alternativi, l’assunzione nel processo di globalizzazione, a diversi e variamente subordinati livelli, di tutti i seppur timidi tentativi di differenziazione e di autonomia di singoli paesi o gruppi di essi.

É decisivo per il futuro dell’umanità se questa crisi evolverà in un superamento del capitalismo o in un imbarbarimento della società umana mondiale. Lo scioglimento di questa alternativa dipende in gran parte dallo sviluppo del movimento mondiale contro la globalizzazione.

Tesi 21 — Il progetto del terrorismo internazionale

Anche l’attuale insorgenza terroristica internazionale, è un fenomeno che nasce nella sfera separata della Politica. Esso intende sfruttare la situazione di disagio e oppressione dei popoli musulmani, ma non ne costituisce né l’espressione politica né la rappresentanza.

Il terrorismo non è certo un fenomeno nuovo e si è presentato più volte e in modi diversi sulla scena della storia. In ogni caso esso ha rappresentato un progetto politico, costruito entro un’accentuata concezione dell’autonomia della politica, che lo ha portato a contrapporre l’azione di pochi a quella delle masse. In questo senso esso non deriva meccanicamente e necessariamente né dal disagio sociale né dalle varie forme di fondamentalismo o di integralismo religioso. Ma certamente il terrorismo cerca di mettersi in connessione e di utilizzare le condizioni di sofferenza e ingiustizia sociale, l’intolleranza etica e l’integralismo religioso per diffondersi e cercare consensi e appoggi.

L’attuale fenomeno terroristico internazionale — che sfrutta particolarmente il diffondersi dell’islamismo radicale, lo stato di oppressione, di disagio, e la volontà di riscossa di quelle

popolazioni e di quella parte del mondo a prevalente religione musulmana — si avvale anche di una forza economica che è data in massima parte dallo sfruttamento e dal controllo dei giacimenti e delle vie del petrolio, che costituiscono allo stesso tempo un terreno di sfida nei confronti del governo oligarchico della globalizzazione e delle maggiori potenze.

Per questi motivi la scelta della guerra oltre che eticamente, politicamente e umanamente inaccettabile, risulta del tutto inefficace nella lotta al terrorismo.

Questa richiede invece un impegno ben diverso da parte della comunità internazionale, che deve intervenire contemporaneamente su molteplici terreni.

In particolare è decisivo lavorare per rimuovere le enormi diversità e ingiustizie sociali ampliate dal processo di globalizzazione al fine di eliminare ogni spazio di conquista di disperati consensi da parte del terrorismo. Vanno risolti i punti di crisi presenti nella situazione internazionale, a partire dalla composizione del conflitto palestinese-israeliano, per avviare la quale sono indispensabili l’immediato ritiro da tutti i territori occupati delle truppe israeliane, il rapido smantellamento degli insediamenti coloniali israeliani e l’invio di una forza di interposizione internazionale, come chiede da più di un anno l’Autorità Nazionale Palestinese, al fine di realizzare il diritto di entrambi i popoli ad avere uno stato proprio. Bisogna ricostruire le ragioni della solidarietà tra le nazioni basate su legittimi organi internazionali. L’ONU dovrà essere profondamente riformata con l’eliminazione della funzione di membri stabili del Consiglio di Sicurezza, con una priorità decisionale all’Assemblea generale e con l’abolizione del diritto di veto. A quest’ultimo, quindi, e alla collaborazione fra tutti gli stati, va affidata l’opera specifica di prevenzione e di repressione del fenomeno terroristico, con l’impegno delle capacità investigative e di azioni di polizia internazionale, nel pieno rispetto dei diritti e della democrazia, che sono l’unica condizione per ottenere un attivo sostegno in quella lotta da parte delle popolazioni. É necessario risolvere il problema dell’esercizio della giustizia a livello internazionale e quindi è indispensabile la costituzione di quel Tribunale Penale Internazionale alla cui nascita si oppongono proprio gli Stati Uniti d’America.

Tesi 22 — Il movimento dei movimenti

La nascita dei popoli di Seattle costituisce l’evento positivo del nostro tempo: il primo movimento, dopo la lunga sconfitta, che pone le basi per una risposta da sinistra alla crisi della globalizzazione, avanza una critica radicale al sistema dominante, afferma la possibilità, qui ed ora, di « un altro mondo ». Da qui può rinascere un nuovo movimento operaio.

La nascita dei « popoli di Seattle », del « movimento dei movimenti », costituisce l’evento positivo del nostro tempo, il primo movimento dopo la lunga fase della sconfitta che indica la possibile nascita di un nuovo movimento operaio.

Questo movimento — di cui i prodromi si erano potuti vedere già nell’esperienza zapatista come nella conferenze delle donne tenutasi a Pechino nel 1995 — avanzando una critica radicale all’attuale sistema di relazioni economiche, sociali e politiche dominanti e affermando che « un altro mondo è possibile », pone le basi per una risposta « da sinistra » alla globalizzazione capitalistica e alla sua crisi.

Dopo anni in cui l’egemonia del pensiero unico aveva operato una gigantesca campagna ideologica di occultamento dei meccanismi di sfruttamento presentando i rapporti sociali capitalistici come naturali, oggettivi, immodificabili, il movimento è stato in grado di rendere evidente — a livello di massa — che le sofferenze, lo sfruttamento, la perdita di diritti, non sono un processo naturale ma il frutto di precise scelte politiche operate a partire dalle decisioni assunte dagli organismi internazionali a-democratici che guidano il processo di globalizzazione capitalistico. L’aver individuato nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale, nell’Organizzazione Mondiale del Commercio i corresponsabili principali dei grandi potentati economici nella distruzione dei diritti del lavoro, delle persone e dell’ambiente, ha dato un volto all’avversario « di tutti » e nel contempo ha posto i presupposti per l’apertura di un dialogo tra i diversi soggetti sfruttati e la costruzione di comuni percorsi di lotta. L’aver delegittimato e demistificato la funzione di governo mondiale da parte di organismi antidemocratici quali il G8, l’aver contestato la natura iniqua della globalizzazione neoliberista, l’aver reso visibili le scelte politiche che generano l’insicurezza a livello globale, l’aver dato un volto ed un nome all’avversario e per questa via l’aver reso possibile percorsi di unificazione dei conflitti prodotti dalle diverse contraddizioni generate dal processo di globalizzazione, costituiscono il vero dato storico di questo movimento, che ha segnato la possibilità di riproporre il tema dell’alternativa a livello mondiale. Si tratta di un processo certo non compiuto, con diversa forza e diversi gradi di consapevolezza da paese a paese, ma il tema è stato posto.

Tesi 23 — Le caratteristiche del movimento

Il movimento ha natura mondiale e potenzialmente maggioritaria. Contesta l’ordine capitalistico, ma progetta anche nuove relazioni sociali e politiche (Porto Alegre). Ripropone in termini inediti la questione della democrazia, della partecipazione e dell’unità, come si è visto nell’esperienza del Social Forum. Non aggrega soltanto le nuove generazioni, ma componenti significative del movimento operaio.

Da questo dato centrale discendono le caratteristiche di fondo di questo movimento:

1) Ha caratteristiche mondiali; nasce da contestazioni specifiche ma immediatamente si è espresso a livello globale, cioè al livello di sviluppo del capitale.

2) É potenzialmente maggioritario, in quanto tende a formare una grande alleanza per l’umanità che partendo dagli esclusi del pianeta (e ponendo il problema della terra, della sovranità alimentare e del cibo come diritto universale), si propone come motore aggregativo di tutte le soggettività sociali e correnti di pensiero che non si rassegnano ad un sistema di violenza e di mercificazione delle relazioni umane, sociali e statuali. Da questo punto di vista fondamentale è potenzialmente presente, anche se non ancora pienamente operante, la consapevolezza del carattere fondativo delle contraddizioni di genere nei processi di emancipazione e liberazione umana.

3) Esprime, a partire dalla contestazione di fondo degli aspetti caratterizzanti l’attuale modello di accumulazione capitalistico, una carica anticapitalistica e mette in discussione il pensiero unico. Le categorie culturali in cui il movimento esprime la propria opposizione al neoliberismo sono certo assai variegate ed assistiamo ad una grande diversificazione e ricchezza di linguaggi e di riferimenti ideologici e culturali. Del resto dopo anni di deserto culturale, dominati dal pensiero unico e dal fallimento dell’esperienza dei socialismi reali, è del tutto normale che la critica al capitalismo si esprima attraverso una notevole dose di empiria e non sia sistematizzata compiutamente. La crisi del comunismo ha reso possibile anche la marginalizzazione culturale di larga parte degli strumenti analitici del marxismo ed è compito nostro — nella prospettiva della rifondazione comunista — quello di ricostruire strumenti analitici, utilizzabili a livello di massa, che pongano la critica all’economica politica alla base della contestazione al neoliberismo e al mercato.

4) Il movimento non si è limitato ad una azione contestativa ma in questi anni si è cimentato nella costruzione di proposte di modifica qualitativa degli attuali assetti sociali. Il Forum di Porto Alegre ha rappresentato uno snodo significativo di questo percorso e ha costruito una piattaforma che da un lato oltre a porre problemi di redistribuzione del reddito mette in discussione nodi di fondo dell’assetto capitalistico (pensiamo alle questioni relative alla socializzazione della proprietà intellettuale e delle risorse fondamentali come l’acqua) e dall’altra costituisce la potenziale base di unificazione progettuale dei diversi soggetti sociali coinvolti nel movimento (dalle questioni del lavoro a quelle dalla terra, dell’ambiente, del genere, del consumo) ponendo il problema del ridisegno delle condizioni della produzione e della riproduzione sociale.

5) Ha riproposto in termini inediti la questione della democrazia e della partecipazione, mettendo in discussione le forme classiche della rappresentanza sempre di più svuotate dalla concentrazione verso il vertice della piramide del potere globale, mettendo al centro i nodi della democrazia diretta, del controllo popolare dal basso, la costruzione di spazi pubblici che siano al contempo forme di partecipazione e luoghi di pratiche economico-sociali alternative. Questa volontà di riappropriazione dei processi decisionali che passa per una critica della politica come attività separata e ripropone una politica come impegno personale, pratica dell’obiettivo, controllo sociale, autogestione, ha al centro sia una forte connessione tra il dire e il fare che il superamento della tradizionale dicotomia tra tattica e strategia, della politica dei due tempi. Da questo punto di vista il movimento pone — ovviamente senza averlo compiutamente risolto, nemmeno per sè — un problema radicale di riforma della politica. Il movimento eredita cioè quel lento accumulo di elaborazioni ed esperienze avvenuto nel corso degli ultimi venti anni nei mondi dell’impegno civile, dei saperi sociali democraticamente strutturati, dell’associazionismo, del volontariato.

6) Ha espresso — in particolare nell’ esperienza del Genoa Social Forum — una significativa capacità di costruire forme nuove di coalizione tra diversi, dando vita ad un « patto » paritario tra oltre 1000 associazioni, partiti, sindacati, che ha permesso la costruzione del percorso di manifestazioni che abbiamo conosciuto e di governare positivamente le differenze sia di impostazione che di pratiche politiche che all’interno di queste si sono espresse.

7) Sempre l’esperienza genovese ha riportato al centro una caratteristica fondante il movimento: la coalizione che si era espressa a Seattle. La partecipazione al movimento di significative componenti del movimento operaio organizzato, a partire dalla FIOM e dall’insieme del sindacalismo autorganizzato ed extraconfederale, è stata infatti una caratteristica centrale dell’appuntamento genovese. Questo fatto positivo e su cui dobbiamo investire fortemente in termini politici e organizzativi non ci deve far pensare però che tutti i problemi siano risolti. La crisi strategica del sindacalismo confederale, imbrigliato nella concertazione e incapace di aprirsi realmente all’organizzazione dei lavoratori non garantiti, la forza che mantiene tutt’ora l’ideologia dell’impresa come unico modo di organizzare la produzione e lo stesso ricatto occupazionale che scaturisce dalla crisi del processo di globalizzazione ci segnalano che accanto ad evidenti e positivi segnali di « disgelo », permane un problema di ripresa allargata del conflitto sociale nel mondo del lavoro e di coinvolgimento più forte dello stesso dentro il movimento « antiglobal ».

Tesi 24 — La guerra al movimento

Dopo l’11 settembre, la sfida del movimento si è fatta assai più difficile. La guerra è anche una risposta di « normalizzazione autoritaria ». E il rifiuto della guerra, anche come scelta etica, è un antidoto alla crisi della politica.

L’attentato terroristico e lo stato di guerra determinano una situazione di maggiore difficoltà per lo sviluppo del movimento medesimo. Lo straordinario successo della Perugina-Assisi e della manifestazione del 10 novembre, dimostrano che il movimento è vivo. Dobbiamo però essere consapevoli che la guerra tende a coartarne le aree d’influenza, a renderlo minoritario militarizzando l’informazione e sterilizzando le coscienze critiche. La guerra nell’epoca globale, lungi dall’essere un incidente di percorso, è in primo luogo occultamento dei reali problemi alla base dell’insicurezza e della precarietà della comunità umana. L’individuazione nel terrorismo di un nemico diverso da quello del sistema neoliberista assolve alla sua funzione di depistaggio e concentra su un fine funzionale l’apprensione, lo sdegno o più semplicemente la rassegnazione della pubblica opinione. Il rischio del terrorismo percepito e politicamente strumentalizzato scatena i bisogni di sicurezza per la cui soddisfazione si è disponibili a rinunciare alla democrazia o alla libertà di movimento e d’informazione.

Per questo, dopo l’11 Settembre, la sfida per il movimento si è fatta in salita e più difficile. La martellante campagna contro il pacifismo, presentato come imbelle o, nel migliore dei casi, come un’accezione etica che non può essere assunta nella sfera della politica, l’insistenza anche rozza con il quale il movimento di opposizione alla guerra viene immediatamente bollato come antiamericano, denotano che da parte del potere si è percepita questa difficoltà. Già a Genova, con la spaventosa scelta della repressione poliziesca, si era capito che la risposta dei poteri forti della globalizzazione neoliberista stava mutando, assumendo le forme della criminalizzazione del dissenso. L’occasione della guerra amplifica questa tendenza, proprio perché ogni slittamento e defezione dal fronte bellico globale avrebbe l’effetto di svelare tutta la debolezza di una avventura — la guerra contro l’Afghanistan — che oltre ad essere sbagliata in sè è anche del tutto inefficace rispetto all’obiettivo dichiarato di combattere il terrorismo.

Il movimento si trova quindi di fronte il problema di una sua crescita in un contesto in cui gli organismi che gestiscono il potere politico, economico e militare a livello globale hanno scelto lo stato di guerra come condizione « normale » di gestione della crisi del processo di globalizzazione. In questo contesto una risposta positiva alle istanze poste dal movimento non è nemmeno presa in considerazione dai nostri avversari e il tentativo di espellere il movimento dalla politica, di ridurlo all’impotenza trasformandolo in un problema di ordine pubblico o in un afflato etico-morale, sono più che mai in corso. Tanto più risulta quindi corretta la scelta del movimento di proporre una politica che sia guidata anche da scelte etiche, che lungi dall’essere viziata dal fondamentalismo, ne è il suo antidoto in quanto pone al centro il rispetto della persona.

Tesi 25 — Il caso italiano

Dopo la sconfitta degli anni Ottanta, non c’è più l’"anomalia italiana". Anche nel nostro paese, la crisi ha galoppato sul triplice versante, sociale, politico, culturale.

Se, per quasi tutti gli anni ’60 e ’70, è stato legittimo parlare di « caso italiano », intendendo per esso una accentuata autonomia (anomalia) politica e sociale rispetto alla « normalità » europea, nei due decenni successivi si è andata piuttosto intensificando una crisi allo stesso tempo profonda e complessa. Alla sconfitta del movimento operaio e della sinistra degli anni ’80 (il cui corposo simbolo resta la vicenda dei 35 giorni della Fiat), è seguito il crollo del sistema politico — e istituzionale — della Prima Repubblica: al quale non è sopravvissuto alcuno dei partiti di massa che avevano segnato in profondità tutta la storia repubblicana.

In questa fase è avanzata una ristrutturazione dell’apparato produttivo guidata più dalla volontà di riprendere il completo controllo sulla forza lavoro che non dalla capacità di progettare un rafforzamento del paese all’interno della divisione internazionale del lavoro. Lo schieramento di classe si frantuma e perde protagonismo politico e sociale: sia per ragioni soggettive che per processi strutturali, come la crescita di una disoccupazione di massa ormai endemica, la persistenza in forme nuove dell’antica « questione meridionale », l’ondata di nuova immigrazione. Mentre la condizione giovanile assume i caratteri prevalenti della precarietà e mentre il sistema scolastico, ai suoi livelli superiori, tende ad una progressiva dequalificazione, restano insoluti anche i principali nodi della « modernizzazione ». L’Italia, che pure è tra le principali potenze sviluppate del pianeta, si configura come un Paese in crisi. Una crisi che si manifesta, in termini profondi, almeno su tre versanti: quello sociale, quello politico e quello culturale.

Tesi 26 — La questione sociale

Negli ultimi dieci anni, i salari e gli stipendi hanno perso il 5 per cento del loro valore, mentre è emersa, al Sud, una disoccupazione di massa endemica e la nuova occupazione ha il timbro della precarietà. Un paese più povero, instabile, incerto. Con una risposta istituzionale di tipo regressivo e « sicuritario ».

Nell’Italia del XXI secolo la « questione sociale » si presenta con questi caratteri: impoverimento accentuato del lavoro dipendente (in dieci anni, i salari e gli stipendi hanno perso, mediamente, il cinque per cento del loro potere d’acquisto); basso tasso di occupazione (tra i più bassi dell’Unione Europea); disoccupazione elevata e concentrata sia nel Mezzogiorno che tra le nuove generazioni, crescita accelerata della condizione di precarietà lavorativa (la maggioranza assoluta dei nuovi assunti configura contratti a vario titolo « atipici », comunque non a tempo indeterminato) Sono dati che configurano nel loro insieme, una società più povera e più diseguale, frammentata, in preda a evidenti processi disgregativi. Una società, per dirla con una formula, nella quale una parte molto ampia delle nuove generazioni sono ben consapevoli del fatto che staranno peggio dei loro padri. In breve: l’insicurezza sociale e di vita, determinata soprattutto dalla perdita progressiva di diritti, garanzie, certezze che ha caratterizzato tutti gli anni ’90, è oggi la « cifra » reale del paese.

Una condizione generale che accomuna l’Italia agli altri paesi del capitalismo sviluppato, attraversati dal nuovo capitalismo e dalle politiche neoliberiste. Tuttavia, tanto il sistema produttivo quanto il sistema di protezione sociale italiano soffrono da sempre di limiti strutturali, rispetto al resto dell’Europa: un dato che ha contribuito fortemente ad accentuare il disagio, la spaccatura sociale, l’instabilità. A partire dai primi anni ’90 — accordi di luglio, varo della concertazione, abolizione della scala mobile, tregua sociale e moderatismo salariale — inizio dei governi così detti « tecnici » — il blocco sostanziale di ogni politica redistributiva, nonché di ogni politica attiva dello sviluppo e del lavoro — ha determinato, cioè, una situazione quasi « senza rete », sempre più priva di meccanismi di compensazione. In realtà, l’unico sostanzioso meccanismo compensativo è tornata ad essere la famiglia: è l’istituto familiare, soprattutto nell’Italia centro meridionale, che sostituisce il Welfare, « assorbe » la disoccupazione giovanile, offre una combinazione attiva di servizi, sicurezze economiche ed affettive, stabilità. Una parte cospicua della regressione del paese nasce proprio in questo peculiare processo: che tende a risospingere le donne nel loro ruolo « naturale », domestico, di cura e che è una delle basi materiali dell’attacco ideologico alla libertà femminile.

Della crisi sociale fa parte anche la crescente destrutturazione del sistema formativo e culturale, la crescente subordinazione di tali settori alle logiche privatistiche e del mercato, la dequalificazione dei contenuti effettivi di conoscenza e di sapere critico che vengono offerti alle giovani generazioni e in generale la risposta riduttiva alla domanda sociale d’istruzione e di cultura.

Anche la crisi ambientale è spia della modernità distorta costruita dal nostro paese, a scapito di un intreccio tra natura e cultura che ne costituirebbe uno sbocco positivo. Le scelte neoliberiste dei governi di questi ultimi decenni hanno aggravato la situazione riaggiornando il patto tra sfruttamento del lavoro, cementificazione, grandi opere pubbliche e interessi privati.

Mentre viene smantellato lo stato sociale, cresce, anche in Italia, sul modello statunitense, la tendenza ad una organica risposta di stampo regressivo e repressivo ai fenomeni di esclusione, povertà, disagio sociale. Viene, passo dopo passo, a configurarsi una concezione sicuritaria che, sul piano della forma istituzionale allude, come tendenza, allo « stato penale » statunitense. Non si tratta solo dell’espansione delle politiche penali e carcerarie ma di una ridefinizione del ruolo dello stato nei confronti della società. La giustizia è sempre più classista, la pena sempre più vendetta e non reinserimento sociale, il carcere sempre più metafora di una società che affronta con la segregazione, l’autoritarismo, il proibizionismo i crescenti fenomeni di povertà ed esclusione. Contro i migranti così contro i tossicodipendenti e gli emarginati in genere, lo stato mostra sempre più il volto truce della « tolleranza zero », delle campagne di « legge ed ordine », non previene il crimine ma lo utilizza strumentalmente per organizzare campagne populiste e demagogiche. La sicurezza non è più vista come bene sociale della comunità che traccia un percorso collettivo e democratico ma diventa concezione di difesa dalla povertà, condannata come una colpa in sè e come motivo intrinseco di insicurezza. Tali politiche costituiscono il retroterra materiale e culturale dei fenomeni di progressiva involuzione e autonomizzazione dei corpi separati dello stato.

Tesi 27 — La crisi politica

Principale controriforma di questi anni, l’introduzione del sistema elettorale maggioritario ha aggravato la crisi della politica e imposto un bipolarismo dell’alternanza, unito a crescenti tentazioni bipartisan.

Sono le istituzioni repubblicane ad aver subito in questi anni le maggiori trasformazioni. In particolare dopo Tangentopoli abbiamo assistito ad una ossessiva riproposizione della centralità delle « riforme » del sistema politico, del meccanismo elettorale, dell’assetto dello Stato. Nel volger di meno di dieci anni, questo processo si è largamente affievolito, perdendo in spinta propulsiva e, soprattutto, in consenso attivo di massa, come hanno dimostrato tutte le ultime consultazioni referendarie. Ciononostante, ha prevalso tra le principali forze politiche un vero e proprio patto consociativo per consolidare il maggioritario, introdurre controriforme (di fatto) come la elezione diretta del presidente del consiglio, lavorare allo spezzettamento federalista del Paese, che sta già fungendo da leva privilegiata per lo smantellamento del Welfare.

Il bipolarismo ha determinato una grave involuzione della politica, in quanto tale, con i fenomeni ormai plurianalizzati della fine dei partiti di massa, della drastica riduzione della partecipazione, della leaderizzazione e personalizzazione crescente (che si è estesa a tutti i livelli istituzionali, dal parlamento nazionale alle municipalità ). Un processo degenerativo che non è nato e cresciuto nelle stanze dei Palazzi, ma nel cuore dei processi reali, della rivoluzione capitalistica di questi anni, che ha bruciato i residui margini di autonomia della politica, la sua funzione storica di mediazione tra interessi sociali e costruzione del consenso: il caso dell’imprenditore Berlusconi che « scende in politica », assume direttamente la gestione degli interessi propri e della propria parte, assume la leaedership del governo è, da questo punto di vista, emblematico. Così come è significativa la tendenza di Confindustria a proporsi come soggetto governante del Paese, nonché come sede produttiva di ideologia e « disegno sociale ».

In questo quadro, la debolezza dell’assetto politico bipolare viene supportata da una crescente tendenza consociativa e bipartisan, che si produce sulle scelte di fondo: guerra, politica internazionale, politica economica. Un altro fattore che aggrava la crisi di credibilità di cui soffrono la politica e la sua qualità democratica.

E tuttavia l’assetto attuale non costituisce, a tutt’oggi, un esito stabile per il Paese. Non solo non ha realizzato uno dei suoi obiettivi essenziali, l’espulsione dalle assemblee elettive delle forze antagoniste, ma non è riuscito a dare vita a coalizioni solide e omogenee. Soprattutto, non ha costruito un’egemonia diffusa. Dal disgelo sociale dell’ultimo anno e dall’insorgere dei movimenti, è emersa una domanda di democrazia che confligge con ogni « normalizzazione » bipolaristica.

Tesi 28 — La crisi culturale

Il pensiero unico ha prodotto i suoi intellettuali organici, che hanno occupato l’industria culturale, i media, la Tv. Ma sta producendo anche veri e propri anticorpi: il disagio di una intellettualità critica di massa, che riscopre la politicità eversiva intrinseca alla propria collocazione.

Si pone in questo contesto l’antica « questione degli intellettuali », del ruolo della cultura e delle sue istituzioni, della definizione attuale del sistema dei saperi, della nuova centralità dell’informazione. I mutamenti strutturali, prima che delle soggettività, appaiono rilevantissimi: in questi ultimi anni la rivoluzione capitalistica ha invaso e tendenzialmente occupato tutte le sfere della produzione culturale. Parliamo dell’industria culturale, dove il processo di mercificazione di tutto ciò che è spettacolo, arte, intrattenimento, subisce accelerazioni perfino simboliche come i romanzi che veicolano nelle loro pagine messaggi pubblicitari. Né ci riferiamo soltanto all’esplosione della comunicazione globale — dalla TV alla rete — che incidono sulla formazione del senso comune, sul linguaggio, sulle relazioni, sui modelli di vita e sui consumi culturali in senso lato. Vogliamo parlare della modificazione del ruolo dell’intellettuale dentro la società della comunicazione: del processo di massificazione, per un verso, che ha distrutto la funzione classica di mediazione del consenso dei « produttori di idee » e\o detentori del sapere; della sussunzione diretta, nel capitale, per l’altro verso, delle risorse del sapere e della scienza, che tende a ridurre ogni « lavoratore della mente » in operatore diretto al proprio servizio. Una tendenza già a suo tempo definita come « pensiero unico », che ha alle spalle questo tipo di fondamento materialistico, prima che l’ennesimo « tradimento dei chierici ».

Si colloca in questo quadro la martellante campagna revisionistica basata sulla rilegittimazione dell’esperienza fascista e sulla conseguente cancellazione dell’antifascismo e della stessa Costituzione nata dalla resistenza come fondamento della convivenza civile nel nostro paese.

Muore così l’intellettuale classico, ivi compreso quello di sinistra., sempre sospeso tra apocalissi e integrazione. Nascono, al suo posto, i nuovi intellettuali organici. A destra, si tratta di veri e propri funzionari dell’establishment, variamente collocati negli snodi cruciali del sistema: media e Tv, scienza, tecnologia, spettacolo, sport. Sono i portatori diretti e senza veli dell’ideologia dominante, che è coerentemente « naturalistica » e si presenta, appunto, nelle vesti falsamente neutrali dell’oggettività: il messaggio centrale, costantemente veicolato nelle sue più diverse articolazioni, è che c’è un unico mondo possibile, quello attuale. Un messaggio di singolare potenza, se e in quanto affidato all’anchorman piuttosto che allo scrittore paludato.

A sinistra, un processo simmetrico e opposto coinvolge un numero crescente di lavoratori e professionisti intellettuali. Le crepe dell’egemonia neoliberista sono visibili nella crescita di una nuova criticità di massa che, diversamente dal passato, è interna (e non esterna, o sovrapposta) al proprio ruolo, al proprio mestiere, al senso del proprio stesso agire culturale. Si colloca qui un soggetto come quello degli insegnanti, spinto alla lotta non soltanto e forse neppure prevalentemente dalla miseria salariale, ma dal bisogno di rilanciare la funzione specifica della scuola pubblica. laica, pluralistica. E ancora: figure professionali come medici, avvocati, biologi, architetti, ricercatori, insomma forzalavoro qualificata e dotata di conoscenze specialistiche, riscoprono oggi la policitità intrinseca del loro mestiere-talora, perfino la sua alternatività. Nel popolo di Seattle — dai « Medici senza frontiere » agli avvocati del Gsf, agli scienziati che rifiutano la manipolazione genetica — questa componente è apparsa, non casualmente come costitutiva.

Tesi 29 — Il sindacato

Dopo un decennio, la politica della concertazione viene attaccata frontalmente da destra e dal nuovo estremismo di Confindustria. Si apre nel sindacato, e nella Cgil in specie, una fase di profonda riflessione strategica: sui temi della rifondazione di un sindacalismo di classe, e di una rappresentanza democratica del lavoro. Ma i gruppi dirigenti oscillano tra l’incapacità di revisione critica e la scorciatoia politicista.

La politica della concertazione — culminata negli accordi del ’92-’93, ma variamente praticata negli anni precedenti — ha costituito, a sua volta, una delle « riforme » più significative del sistema politico. Grazie ad essa, i diversi governi che si sono succeduti nella fase più tumultuosa della « transizione italiana », hanno potuto usufruire di una lunga fase di tregua sociale. In parallelo, la crisi del sindacalismo confederale trovava in essa lo sbocco di una legittimazione dall’alto: il prezzo, pagato soprattutto dalla Cgil, era un processo di istituzionalizzazione del sindacato, che via via lo svuotava di contenuti rivendicativi, sociali e di classe, ne impoveriva drammaticamente la vita democratica, ne riduceva drasticamente la capacità di rappresentanza.

Oggi la concertazione è messa in causa, pressoché irreversibilmente, da destra, dalla sferzata iperliberista di Confindustria che, sostanzialmente, « vuole tutto »: comando totale della forza lavoro, fine dei contratti nazionali, libertà di licenziamento. In quest’ottica, al sindacato confederale è consentito soltanto un ruolo marginale, o di complemento, come sembrano avviate a fare Cisl e Uil..

Nella Cgil, dunque, è aperta necessariamente una riflessione strategica. Essa, per essere davvero efficace, non può non comprendere un bilancio veritiero del decennio concertativo, nel corso del quale tutto il lavoro dipendente ha perduto in forza contrattuale, diritti, salari, stipendi, garanzie, dignità. Per questo riteniamo necessaria una svolta, nella direzione di un nuovo sindacalismo democratico e di classe: al centro del quale ci siano i contenuti, le piattaforme, l’iniziativa sociale e rivendicativa oggi necessaria, la ricomposizione di classe del lavoro — e del non lavoro — oggi disperso e frammentato. La sinistra della Cgil ha iniziato un percorso di mobilitazione e di confronto per rivendicare questa svolta. Questa è una battaglia di grande rilevanza per il futuro della Cgil e che comincia a maturare i suoi risultati. Questo è anche l’impegno verso il quale è avviata la Fiom e che il più grande sindacato confedederale non può eludere né con la riproposizione delle scelte passate né con fughe di tipo politicistico, che rischiano, oltre tutto, di minare gravemente l’autonomia sindacale e il suo valore strategico. Il problema rimane quello della rifondazione di un sindacato di classe. Come tale, concerne anche le diverse realtà del sindacalismo extraconfederale di base: il quale ha sicuramente raggiunto in alcuni settori (scuola, trasporti) punti di eccellenza e capacità rappresentativa, ma soffre di un limite organico di frammentazione.

Ciò significa che nei prossimi anni permarrà l’obiettivo strategico della ricostruzione di un sindacato confederale unitario, democratico e di classe adeguato ai nuovi compiti derivanti dalla frammentazione del lavoro e non lavoro, e dall’obiettivo di una ricomposizione della classe scomposta, sia nel lavoro più tradizionale come nei servizi e nel pubblico impiego, dalle politiche liberiste e di liberalizzazione/privatizzazione.

La nostra parola d’ordine deve tornare ad essere: « lavoratori di tutto il mondo unitevi ».

Per questo è importante che la sinistra sindacale, ovunque collocata, sperimenti azioni e percorsi unitari, anche attraverso la ricomposizione del sindacalismo di base, e approfondisca la ricerca di una nuova linea politica-rivendicativa e di un nuovo modello sindacale, nazionale e sovranazionale, adeguato alla globalizzazione e all’obiettivo dello sviluppo più complessivo del movimento e della sinistra d’alternativa. Azioni e percorsi unitari che rompano con logiche d’apparato, il prevalere di tattiche interne alle varie burocrazie, rendite di posizione d’apparati piccoli o grandi, confederali, spostando il baricentro nel conflitto, nella ricomposizione di classe, nella costruzione del movimento, nella sperimentazione di nuove forme di unità sindacale democratiche di base e di reti europee e internazionali dei lavoratori. In primo luogo costruendo le condizioni di una mobilitazione generale per riconquistare l’effettivo esercizio del diritto di sciopero gravemente compromesso nei servizi e per i lavoratori precari. In secondo luogo con la formazione di RSU liberamente elette e la costruzione di modalità di controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulle piattaforme rivendicative. In questo senso l’appartenenza di iscritti al partito a sindacati quali l’Ugl e sindacati di destra appare inconciliabile con gli obiettivi generali delineati.

Al fine di rifondare un sindacato di classe decisivo è il ruolo delle Rsu, la loro legittimazione ed il loro riconoscimento che deve essere perseguito anche attraverso l’approvazione di una legge sulla rappresentanza che rispecchi le reali volontà dei lavoratori e lavoratrici, eliminando le attuali rendite di posizione.

Tuttavia, come già affermato nella conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori di Treviso, il livello sindacale appare insufficiente a rideterminare la ricomposizione delle frammentate forze del lavoro.

Si tratta infatti di ricostruire, al fine della ricomposizione di classe, una nuova regolamentazione, nuovi diritti in opposizione al Libro Bianco del Ministro Maroni ed alle leggi federaliste in materia di lavoro. Ciò deve avvenire anche per via legislativa in quanto la deregolamentazione è avvenuta in gran parte attraverso leggi e normative italiane ed europee. La via legislativa è altresì necessaria a supportare e integrare la socializzazione e politicizzazione dello scontro nel momento in cui l’impresa chiama in causa la necessità di un’iniziativa nel mondo del lavoro che non sia solo sindacale ma direttamente politica che affronti i temi della guerra e dell’ambiente e della necessità della trasformazione. La questione di genere deve connotare e attraversare l’intero mondo del lavoro. Si tratta dunque, di dispiegare nuovamente lo scontro sociale e politico fra lavoratori e padroni, tra condizioni del lavoro e modello di società complessivo. Per questo il partito deve essere luogo di discussione, elaborazione e di orientamento unitario di tutti i comunisti che operano nel mondo del lavoro.

Tesi 30 — Il fallimento strategico del centrosinistra e dei DS
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

La sconfitta elettorale del maggio 2000, subita in proprio dall’Ulivo, ha reso evidente l’inconsistenza dell’ipotesi (mondiale) di « riformismo neoliberista temperato ». In questo quadro, spicca la crisi dei Ds che, al recente congresso di Pesaro, hanno riproposto una ricetta nominalmente socialdemocratica, ma nella sostanza centrista e neoliberale. Che ha registrato un’opposizione interna significativa.

La sconfitta elettorale del centrosinistra, nella primavera del 2001, è stata prima di tutto una sconfitta in proprio. Non è stata cioè determinata dalla crescita di consensi del centrodestra, ma dal mancato recupero di una parte consistente del proprio elettorato, deluso dal quinquennio di governo dell’Ulivo. Un esito critico non solo nazionale: il centrosinistra « mondiale », da Clinton a Blair, ha fallito nella sua scommessa principale, quella di realizzare un neoriformismo di tipo liberista, sia pure graduale e temperato. In Italia, questo fallimento ha assunto la fisionomia di scelte economiche, sociali e istituzionali distinguibili da quelle del centrodestra soltanto dal punto di vista quantitativo: in particolare, ha prevalso la logica delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni, del progressivo deperimento del ruolo redistributivo dello Stato, della subalternità ai grandi potentati economici. L’Ulivo è apparso alternativo al centrodestra solo sul terreno di alcuni valori di civiltà, senza che ne siano per altro seguite pratiche politiche davvero caratterizzanti.

In questo contesto, spicca la crisi dei Democratici di sinistra, che il recente congresso di Pesaro non ha risolto, ma se mai aggravato: giacchè, analogamente a quello che accade nel sindacato, non si tratta di difficoltà occasionali, ma di uno spiazzamento e di un disorientamento di fondo. Nel dibattito interno che ha preceduto il congresso, il « correntone » che si è contrapposto alla maggioranza di D’Alema e Fassino, non ha espresso, come tale, né un’ipotesi strategica né una linea politica alternative, come tali riconoscibili. E sulla guerra globale di Bush, mentre la deriva neoatlantica della nuova leadership si manifestava con accentuata nettezza ideologica, è emersa una differenza, non una vera lotta politica e ideale. Tuttavia le varie espressioni della sinistra Ds, oltre che dello schieramento verde, vanno considerate con attenzione quando si sottraggano ad una deriva neoliberale ed incontrino le istanze di lotta contro il liberismo e contro la guerra.

Più in generale, i gruppi dirigenti della sinistra moderata appaiono non solo incapaci di uscire dalla gabbia dell’alleanza di centrosinistra e di avviare una revisione critica del proprio orizzonte liberale e liberista, ma sostanzialmente prigionieri di una continua rincorsa verso il centro, e verso la ricollocazione neocentrista dell’Ulivo. La crisi d’identità e di fisionomia dei Ds, che tormenta il partito ormai da più di dieci anni — dalla svolta della Bolognina e dallo scioglimento del Pci — si va sciogliendo quasi interamente in direzione liberale e centrista.

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO,ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN, FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBÀ, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPELLI, CAPACCI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRÌ, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENÒ, PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOÉ, SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.

Tesi 31 — Le destre al potere

Il centrodestra al potere ha aperto una fase nuova e pericolosa, che va fronteggiata con un’opposizione sociale e politica risoluta. Per evitare che si trasformi in un vero e proprio regime.

Il passaggio di governo dall’Ulivo al centrodestra ha aperto in Italia una nuova e pericolosa fase politica. Tuttavia la vittoria delle destre del 13 maggio non costituisce di per sè l’avvio di un ciclo lungo o di un vero e proprio regime. Questo per almeno due ragioni: in primo luogo, perché si è trattato prima di una sconfitta dell’Ulivo che di una vittoria del Polo; in secondo luogo, perché comunque al successo politico ed elettorale del centrodestra non corrisponde un blocco sociale ad oggi maggioritario. La stessa unificazione elettorale realizzata dalla Casa delle libertà non ha dato vita ad un soggetto politico unitario della destra: al di là della leadership di Silvio Berlusconi, le destre erano e restano almeno due. Due tendenze, non due partiti; anzi, due anime che variamente convivono all’interno della stessa forza politica, talora in un impasto efficace, talora in un cocktail contradditorio Nel comune orizzonte neoliberista, l’una è internazionalista, americana, borghese, l’altra è localista, nazionale, populista.

Nasce qui l’incertezza che ha caratterizzato tutti i primi mesi del nuovo governo: realizzare uno sfondamento violento del blocco storico delle sinistre, con un’aggressione generalizzata all’intero sistema di diritti e garanzie sociali, oppure procedere con una tattica più graduale, di erosione continua e progressivo smantellamento delle conquiste (e degli istituti) del mondo del lavoro. Dopo una prima fase in cui l’atteggiamento prevalente è stato quello della prudenza, prende sempre più consistenza una linea che punta alla destrutturazione dello stato sociale, delle tutele del lavoro e degli istituti contrattuali, come si evince dalla volontà di modificare l’art.18 dello statuto dei lavoratori e le normative sul mercato del lavoro, così come dal decreto sul contenimento della spesa sanitaria.

Allo stesso tempo, si inviano segnali forti ai soggetti sociali più atomizzati, come i pensionati poveri e il « popolo delle partite Iva » e si sperimentano scelte estremiste sul terreno « dell’attacco alla civiltà », sul quale il consenso è già (o si ritiene) acquisito: come è avvenuto sulla legge dell’immigrazione, come, prima o poi, rischia di avvenire sulla legge 180, o sulla legge 194. Occorre inoltre segnalare come l’abbandono della concertazione nelle relazioni sindacali si accompagni ad un forte dialogo concertativo con le amministrazioni regionali all’interno della conferenza stato-regioni.

Nell’insieme, pur in un contesto in cui le contraddizioni interne alla borghesia si mischiano ad una forte dose di empirismo reazionario e di attenzione da parte di Berlusconi alla tutela dei propri interessi personali, il governo sta comunque agendo per operare una saldatura di un blocco sociale reazionario maggioritario, cementato da interessi materiali e dal tema della sicurezza. L’attacco sistematico alla magistratura, la richiesta di impunità per le classi dirigenti e la proprietà, la ripresa di un forte controllo sul territorio da parte della malavita organizzata, sono tutti aspetti — non coincidenti ma non privi di superfici di contatto — che caratterizzano questo processo. Occorre ora impedire, attraverso una dura lotta di opposizione sociale e politica, che si dia avvio ad un ciclo lungo di dominio delle destre o ad un vero e proprio regime. Solo la ripresa del conflitto e del protagonismo sociale possono infatti impedire a questo disegno reazionario di fare significativi passi in avanti.

Tesi 32 — La questione cattolica

Il pontificato di Wojtyla si caratterizza per un lato, con la crociata antimoderna contro la libertà femminile e per la restaurazione di valori oscurantisti, e con i ripetuti accenti, dall’altro lato, di « anticapitalismo moralista e interclassista » e di pacifismo. Il mondo cattolico non cessa, nel suo insieme, di esser terreno di contraddizioni ed esperienze rilevanti.

In un contesto di forte messa in discussione della Chiesa conciliare, il pontificato di Giovanni Paolo II segna una fase di aperta ed esplicita lotta alla modernità: ne sono simboli corposi la crociata contro l’aborto, contro la libertà femminile e la libertà di orientamento sessuale, così come l’ossessiva e aggressiva campagna per il finanziamento pubblico delle scuole private. Dal punto di vista culturale, è evidente la piena coerenza di queste scelte con una linea di restaurazione teologica già fortemente affermatasi. Dal punto di vista politico e degli equilibri di potere, ancora, è esplicita la collocazione a fianco del centrodestra della maggioranza delle alte gerarchie ecclesiastiche.

Tuttavia, il ruolo della Chiesa cattolica e di papa Wojtyla non è riducibile a questa pur esplicita collocazione di destra. Non solo nel senso che il mondo cattolico è, a tutt’oggi, assai più ricco di articolazioni e contraddizioni interne — come si è visto, per altro, nella nascita e nello sviluppo del movimento antiglobalizzazione — ma anche nel senso che la stessa cultura antimoderna del Papa esprime una forte critica alla mercificazione integrale delle relazioni umane: una sorta di anticapitalismo moralista e interclassista capace di significative prese di posizione sulla guerra e lo sfruttamento.

L’impianto culturale vaticano non è però l’unico metro di misura della complessa realtà della Chiesa cattolica. É infatti evidente che il mondo cattolico, nonostante i ripetuti tentativi di normalizzazione e anche forme esplicite di repressione da parte dell’istituzione, non ha affatto cessato di essere terreno di contraddizioni e di esperienze che hanno alimentato e che presumibilmente continueranno a farlo per lungo tempo, i movimenti di critica sociale, di solidarietà, di liberazione, dando contributi importanti che giungono fino ad una consapevole scelta anticapitalistica e all’impegno in prima fila nella costruzione dell’alternativa.

Da parte nostra, riteniamo necessario confrontarci con l’insieme di questi contributi ed esperienze per trarne occasione di crescita del progetto dell’alternativa, che fonda il suo carattere profondamente laico non su una qualche forma di ateismo ma nel suo porre — qui ed ora — l’esigenza della liberazione degli individui e della trasformazione sociale.

Tesi 33 — Associazionismo e cooperazione

Da almeno vent’anni, il mondo del volontariato e dell’associazionismo è in pieno sviluppo. Il « Terzo Settore » non definisce un soggetto omogeneo, ma un terreno di iniziativa dove si scontrano diverse ipotesi politiche. Anche il movimento cooperativo deve essere rifondato.

Agli inizi degli anni Ottanta si apre per l’associazionismo, le cooperative ed il volontariato una nuova fase della loro secolare storia. Da allora infatti, quell’insieme di realtà e di pratiche che comunemente viene definito oggi terzo settore, entrerà in una stagione di sviluppo sia sul piano quantitativo sia qualitativo, che durerà fino alla seconda metà dei Novanta. In anni, segnati dalla sconfitta operaia e dal conseguente disincanto verso la politica, per molti uomini e donne, soprattutto giovani, l’adesione alle organizzazioni di volontariato e all’associazioni costituì un’alternativa al disimpegno. Attraverso il terzo settore, centinaia di migliaia di persone, iniziarono a sperimentare e praticare nuove modalità di partecipazione alla vita collettiva, basate sul fare, sull’agire insieme qui ed ora, diverse da quelle che avrebbero potuto offrire i canali classici di una militanza politica in crisi. Nascono da questo processo di autorganizzazione sociale legata al territorio esperienze importanti come le unità di strada, le case famiglia, le cooperative sociali di disabili, i consultori per combattere nuove e vecchie esclusioni, per affermare diritti, le iniziative di sport popolare finalizzate all’aggregazione sociale sul territorio.

Il processo di ristrutturazione del Welfare consolidatosi negli anni ’90 e tendente alle privatizzazioni, sviluppando la sussidiarietà e costruendo un mercato dei servizi, ha inciso profondamente su questo mondo. Le pratiche concertative del Forum del terzo settore hanno così cominciato a coesistere con quelle conflittuali dell’autorganizzazione sociale. Le logiche di impresa e di sfruttamento del lavoro hanno preso stabilmente posto accanto agli esperimenti di liberazione del lavoro e alla pratica del vero volontariato. Per non fare che un esempio, le pratiche reazionarie della Compagnia delle Opere coesistono con quelle di liberazione messe in opera dal gruppo Abele.

In questo contesto abbiamo assistito anche alla crisi del movimento cooperativo, che ha in parte perso le sue caratteristiche originarie, perseguendo un modello acritico di impresa subalterno a quello capitalistico. La cooperazione si presenta quindi debole di fronte ad un attacco della destra che punta a realizzare anche in questo settore una vasta politica di privatizzazioni di quel grande patrimonio pubblico costituito dalle riserve cooperative. L’uscita da questa crisi può darsi unicamente riaffermando e riattualizzando i valori fondativi dell’esperienza cooperativa, a partire dalla costruzione di forme di lavoro liberato, dalla centralità della mutualità, dalla difesa dei consumatori e dei produttori a partire da quelli del Sud del mondo, dalla tutela dell’ambiente e dell’alimentazione.

Il mondo del cosiddetto terzo settore non è quindi oggi un mondo omogeneo: Il terzo settore non definisce un soggetto ma un terreno in cui si scontrano diversi ipotesi sociali, culturali, politiche.

Compito nostro è quello di favorire — anche in relazione alla crescita del movimento — lo sviluppo delle pratiche e delle esperienze che si collocano al di fuori della logica del mercato, in una posizione di integrazione, di allargamento e non di sostituzione del welfare, contrastando sul piano sociale e su quello istituzionale (a partire dagli Enti Locali), quei trasferimenti di servizi e lavori pubblici ad associazioni e cooperative, attuati con il solo scopo di abbassare il costo del lavoro; che distinguono chiaramente lavoro e volontariato tutelando pienamente i diritti dei lavoratori; che operano per uno sviluppo del protagonismo, della partecipazione e del controllo sociale diffuso, contro le pratiche e le logiche concertative e neocorporative.

Tesi 34 — L’innovazione necessaria

In un’epoca tanto mutata, l’innovazione è una necessità vitale. Soprattutto per una forza, come il Prc, che punta su una radicale rifondazione della politica, fondata sulla priorità dei contenuti, il rapporto con i movimenti, la crescita dei soggetti sociali, rispetto alla tradizionale centralità delle alleanze e dei ruoli istituzionali. In questo senso, la rottura con il governo Prodi è stata una tappa del percorso della rifondazione.

Se le analisi fin qui svolte hanno un fondamento, siamo dunque all’interno di un ciclo tanto nuovo e complesso, che non è possibile affrontarlo soltanto con strumenti tradizionali e con il patrimonio teorico fin qui accumulato. L’innovazione è una necessità primaria, nel metodo e nei contenuti. Per noi, essa, all’opposto delle mode « nuoviste » di questi anni, resta legata ad un’ispirazione rigorosamente anticapitalistica e di classe. Ma, allo stesso tempo, essa deve affrontare, senza confini precostituiti, la verifica delle ipotesi politiche e dei paradigmi generali. In sostanza: innovare significa uscire risolutamente da ogni atteggiamento di difesa e di resistenza, valori tutt’ora essenziali ma insufficienti, da soli, allo sviluppo di una forza di alternativa.

Rifondazione comunista, del resto, ha superato il guado dei dieci anni di vita politica anche e soprattutto perché non è stata la guardiana di un passato quand’anche glorioso, ma una forza in costante tensione innovativa, sia pure con limiti grandi e risultati parziali. Questa tensione si è espressa su due terreni, tra di loro strettamente correlati: da un lato, il primato dei contenuti sugli schieramenti; dall’altro lato, una pratica politica che ha costantemente privilegiato la centralità della « questione sociale ». In un senso preciso, la battaglia di Rifondazione comunista, in questi dieci anni, è stata un contributo attivo alla vitalità della politica, contro la separatezza crescente tra il « cittadino astratto » e gli uomini e le donne reali. Ne sono esempi significativi l’assunzione di obiettivi, normalmente classificati come « sindacali », prospettati invece — nel loro intreccio con la contraddizione di genere, con l’ambientalismo e il pacifismo — nella loro funzione sociale e politica generale e perfino di civiltà: esemplari, da questo punto di vista, le rivendicazioni per la riduzione d’orario, il salario, le pensioni, il « salario sociale ».

Sul terreno politico e istituzionale, nacque in questa logica di non separazione tra « questione sociale » e « questione democratica » il primo conflitto con la sinistra moderata, quando, nel ’95, Rifondazione comunista si rifiutò di appoggiare il governo Dini. Qui, ancora, si colloca la scelta più rilevante di questi anni: la rottura del ’98 con il governo Prodi, e l’opposizione ai successivi centrosinistra di D’Alema e Amato. Non è stato il risultato di un’antica (o mai sopita) propensione di fuga dalle « responsabilità » politico-istituzionali, e neppure il frutto, semplicemente, di una coerenza politica e politico-morale: ma una tappa del percorso della rifondazione comunista. Uno strappo, cioè, rispetto allo schema consolidato, a sinistra, secondo il quale un compromesso, pur insoddisfacente, è comunque sempre preferibile alla rottura, se e quando la rottura non prefiguri un equilibrio politico « più avanzato ». E una risposta, sia pure in nuce, alla necessità di ricostruire una politica non separata dalle soggettività e dai bisogni sociali, come impongono i processi attuali di globalizzazione, di espansione onnivora dell’economico, di drastica riduzione dei poteri effettivi dei governi nazionali.

In questa chiave, l’innovazione può e deve esercitarsi sulla concezione (e sulla pratica) che ha influenzato in profondità la sinistra italiana, tanto da risultare egemone nei gruppi dirigenti del Pci, del Psi e di parte della « nuova sinistra » degli anni ’70: la politica istituzionale come sfera privilegiata e sovraordinatrice della politica stessa, come momento costitutivo dell’identità dei soggetti sociali e delle classi subalterne, come « inveramento » della funzione stessa del Partito.

Non sono in discussione, sia chiaro, né la necessità né l’utilità della battaglia democratica nelle istituzioni, nelle assemblee elettive, in generale nella sfera della rappresentanza. Né si tratta di coltivare astratte e sbagliate propensioni extraparlamentari. Si tratta di operare uno spostamento del fuoco della centralità politica dal livello dello Stato, delle istituzioni e delle forze organizzate alla dinamica delle forze sociali, di movimento e delle lotte di massa, in coerenza con i mutamenti della società, dei nuovi bisogni di massa, e fuori dai vincoli di eredità pur importanti, come quella togliattiana.

In molte fasi della storia italiana, antiche e perfino recenti, l’iniziativa istituzionale ha mantenuto una connessione positiva con i processi sociali, strappando risultati significativi, spostando in avanti i rapporti di forza, agendo come momento effettivo di ricomposizione sociale e culturale. Ma oggi questa connessione organica è spezzata, così come si è spezzato il rapporto automatico tra collocazione sociale subalterna e scelta a sinistra. Così come non agisce più, nella realtà, un’onda lineare di progresso, emancipazione, formazione della coscienza. Oggi, la politica prevalente è ridotta o ad ancella dei poteri e degli interessi forti, o a mediazione autoreferenziale: anch’essa, in realtà, proprio perché va amplificando i propri caratteri oligarchici e separati, non è « riformabile » dall’interno. L’omologazione, prima che un rischio della soggettività, è una tendenza forte della realtà.

Questo richiama la necessità di una battaglia strategica, di lungo periodo. Un processo di rifondazione della politica, che sia capace anche di interloquire con le domande di una nuova generazione, non può dunque che assumere dentro di sé il nodo della trasformazione sociale, tradizionalmente riservata agli orizzonti lontani, alla cultura o, per altri versi, a parziali pratiche sociali. Da un lato, insomma, la trasformazione rivoluzionaria si pone come la sola risposta davvero credibile che la politica possa dare: capace cioè di andare alla radice delle contraddizioni del capitale nella sua fase neoliberista, ma capace anche di collocare in un’ottica di libertà e liberazione le istanze concrete dell’antagonismo sociale e di classe. Dall’altro lato, una politica comunista che non si riduca ad essere la variante estrema dei contesti istituzionali non può che essere eterodeterminata dagli interessi o dalle cause sociali che intende rappresentare.

La rappresentanza del conflitto nelle istituzioni non si può quindi esaurire nell’attività tradizionale e nella pratica della « mediazione »: è necessario attuare una svolta in cui il tratto istituzionale del nostro agire sia parte esso stesso delle vertenze sociali e del movimento. In un contesto innovativo, la nostra radicata presenza istituzionale può diventare protagonista della spinta alla trasformazione, nel quadro della lotta alla globalizzazione capitalista: intersecando il movimento anche sul terreno delle questioni locali, sia nella proposta del « bilancio partecipato » sia nella capacità di rilanciare, anche mediante la pratica della « disobbedienza civile », la lotta alle privatizzazioni dei servizi e dei diritti, o quella per l’ ambiente sano e pulito.

Una pratica istituzionale quindi che ritmando accordi e rotture, patti e conflitti, compromessi e scontri, assuma una prospettiva — non lineare — funzionale ai movimenti, ai soggetti del lavoro, alla crescita delle lotte.

Tesi 35 — Un nuovo soggetto politico europeo

L’obiettivo è ambizioso, ma necessario: costruire un nuovo soggetto politico, capace di unire, sulle discriminanti della lotta alla globalizzazione e alla guerra, le forze della sinistra alternativa e antagonista.

La nostra proposta politica si colloca in un contesto e in una dimensione europea, intendendo per questa uno spazio territoriale e sociale aperto e comunicante con il mondo. Questa è la nuova dimensione dell’agire politico nel mondo moderno e nell’epoca della globalizzazione.

Lo spazio europeo è quello più consono, come già le prime esperienze dimostrano, per portare ad unità le diverse figure sociali, tradizionali e nuove, che costituiscono l’insieme delle persone sottoposte a sfruttamento e alienazione, quindi è il terreno migliore per la costruzione di un nuovo movimento operaio.

Non è solo necessario pensarsi come una forza politica europea, progettare la propria iniziativa politica in un quadro sovranazionale, stabilire contatti e collaborazioni con altre forze, come pure abbiamo positivamente fatto in questi anni, e continueremo a fare, evitando giustamente di basare le nostre relazioni internazionali su discriminanti ideologiche. Bisogna proporsi un obiettivo certamente ambizioso quanto necessario: quello della costruzione di un nuovo soggetto politico europeo.

Non pensiamo ovviamente né ad una nuova Internazionale, né ad una fusione organizzativa delle forze esistenti, né ad un compattamento su base ideologica. Pensiamo invece di portare avanti — dopo le iniziative positive di questi ultimi mesi costruite grazie al nostro gruppo europeo GUE sinistra verde nordica — un processo complesso, ma determinato, per unire, lungo le discriminanti della lotta alla globalizzazione neoliberista e alla guerra, le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa su scala europea in un processo da subito comune di ricerca, di elaborazione, di promozione di iniziative politiche, istituzionali (si pensi alla scadenza della legislatura) e sociali, in sintonia con la crescita di un movimento antiglobalizzazione, pacifista, ambientalista, di lavoratrici, di lavoratori, di precari, di disoccupati, di giovani, di donne e intellettuali su scala continentale. Del resto, questa direzione di lavoro è resa necessaria dalle comuni difficoltà che le nostre formazioni politiche vivono nei rispettivi paesi.

Tesi 36 — La nostra proposta politica

In Italia, avanziamo la proposta della costituzione di una sinistra di alternativa, capace di invertire la tendenza degli ultimi vent’anni e di diventare protagonista della vita pubblica del paese. Decisiva, per questo obiettivo, è la crescita del movimento, anche per rompere le barriere che separano il dibattito politico dalla concreta condizione dei soggetti sociali. Un processo che dovrà dotarsi di modalità nuove, dal basso e dall’alto.

In Italia avanziamo la proposta politica della costruzione di una sinistra di alternativa capace di invertire il corso degli ultimi 20 anni, per diventare protagonista della vita pubblica del paese. Al fine di conseguire questo obiettivo è decisiva la crescita e l’allargamento del movimento e quel necessario e possibile processo di ricomposizione sociale delle diverse figure, divise e contrapposte dalla ristrutturazione capitalistica, del lavoro e del non lavoro, di giovani, di donne e di tutti coloro che sono oppressi ed emarginati dal sistema liberista ed a-democratico.

Questo processo deve diventare il motore di una nuova connessione con figure sociali e settori di società che avvertono la mancanza di prospettiva di questa modernizzazione e che si collocano perciò in posizione di interrogazione e di ricerca.

Inoltre, da un lato la crisi della politica e, al suo interno, la crisi della sinistra di governo e, dall’altro, l’irrompere nella società di nuove domande, di nuovi bisogni di cultura, di politica e di vita non integrabili nella governabilità dell’ordine esistente propongono il tema di una nuova soggettività politica capace sia di intercettare l’esodo dalle prime, che di organizzare le seconde in progetto politico e partecipazione.

La costituzione della sinistra di alternativa è perciò il nostro obiettivo strategico di fase.

Questo obiettivo, che contraddistingue la nostra proposta politica non certo da oggi, assume una più chiara centralità proprio a partire dall’esperienza del movimento, che ci permette di fare un decisivo passo in avanti. La concreta possibilità di intrecciare il lavoro di costruzione della sinistra di alternativa con quello dello sviluppo del movimento è la novità politica che ricaviamo dalla nostra analisi di fase.

Si tratta di un’occasione decisiva per rompere le barriere che separano il dibattito politico, compreso quello più radicale, dalla concreta condizione sociale. La costruzione della sinistra alternativa è quindi un processo per la creazione di un campo di forze politiche, associazioni, gruppi, strutture reticolari, forze che agiscono direttamente nel sociale.

Per il modo stesso in cui si costruisce, la sinistra di alternativa deve saper rispondere alla crisi della politica. Così come, per il modo originale con cui va organizzata la sua soggettività politica deve saper rispondere all’esigenza di far coesistere la molteplicità delle esperienze e delle diverse culture politiche che la possono comporre con l’unitarietà del suo progetto politico.

Il PRC si propone di essere uno dei protagonisti di questo processo di costruzione della sinistra di alternativa in Italia che dunque lo comprenda sapendo andare ben al di là dei nostri confini, per aggregare tutte e tutti coloro che sono contro la guerra e contro le politiche neoliberiste « per un altro mondo possibile ».

Diventa perciò decisivo costruire esperienze e appuntamenti, anche sul piano locale che vadano in questa direzione; la sinistra di alternativa deve essere costruita dall’alto e dal basso.

Tesi 37 — L’articolazione della nostra proposta politica
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

L’ipotesi della costruzione di una sinistra plurale — un campo più largo di forze, che includa settori della sinistra moderata — si fa oggi più ardua. É tuttavia da respingere l’alternativa perdente tra settarismo e politicismo: in mezzo, c’è la pratica a tutto campo della nostra proposta, contenuti, capacità di dialogare con chiunque sia portatore di istanze alternative.

In questo quadro la prospettiva della sinistra plurale, cioè la concreta attivazione di un campo più ampio di quello fin qui descritto e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della sinistra moderata e riformista, pur rimanendo irrinunciabile ai fini della costruzione di una alternativa di governo, appare un cammino reso più difficile e tormentato dalle scelte compiute dalla maggioranza dei DS e dell’Ulivo di schierarsi con la guerra e con l’ingresso diretto nel conflitto da parte del nostro paese, cui si aggiunge una crescente insensibilità verso le questioni sociali e la subordinazione culturale e politica ai paradigmi del liberismo.

Tuttavia le conseguenze dell’aggravarsi della crisi economica, del prolungarsi della guerra e dell’appesantirsi del coinvolgimento del nostro paese in essa, possono ulteriormente allargare divergenze che già appaiono all’interno della sinistra moderata e soprattutto aprire una crisi di consenso. Allo stesso tempo gli esiti di questi processi dipendono dalla nostra capacità di iniziativa politica di consolidare una piattaforma di opposizione al governo delle destre, dalla crescita del movimento, dalla evoluzione del rapporto della sinistra moderata stessa, da un lato, con la società nel suo complesso e con il movimento sindacale in particolare, e dall’altro con il blocco di potere che attualmente sorregge le destre e che non nasconde la sua ambizione di cooptare questa forza, in posizione subordinata, all’interno del governo allargato della società.

Per tutti questi motivi dobbiamo sapere articolare la nostra proposta politica, trovare le forme per portarla sul terreno, per noi strategico e decisivo, della società e dei movimenti, ove dobbiamo spostare con decisione il baricentro della nostra iniziativa per una uscita plurale e dal basso dalla crisi della sinistra. Nello stesso tempo dobbiamo praticare la nostra proposta nelle istituzioni e nel sistema delle relazioni politiche a ogni livello.

Dobbiamo perciò sapere condurre direttamente vertenze territoriali, sulla base di un’articolazione di obiettivi che nessuna piattaforma per quanto perfetta può da sola risolvere, ma da cui anzi quest’ultima deve essere continuamente arricchita.

Dobbiamo intendere e praticare la nostra presenza negli Enti Locali sia come costruzione di elementi di controtendenza rispetto al quadro politico nazionale — nelle modalità di governo e nelle relazioni e alleanze politiche —; sia come capacità di fare avanzare in modo concreto gli obiettivi e le rivendicazioni che partono dalla individuazione dei bisogni popolari; sia per mantenere aperta e viva l’interlocuzione tra i movimenti e gli organi di governo locale, sia per avanzare nuove esperienze che permettano di tradurre in pratica un incrocio tra democrazia diretta e delegata, e quindi per iniziare dal basso un processo di ridemocratizzazione su basi nuove della nostra società. L’istituto del « bilancio partecipato » che ci giunge dall’esperienza della municipalità di Porto Alegre, rappresenta in questo quadro un’esperienza preziosa e paradigmatica da generalizzare e applicare alle nostre condizioni.

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN, FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBÀ, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRÌ, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENÒ, PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZ-ZOBON, PRANDINI PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOÉ,SANTORUM,SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.

Tesi 38 — Un nuovo movimento operaio
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

La contraddizione capitale-lavoro è sempre più acuta e generalizzata, ma i soggetti del lavoro si moltiplicano in segmenti sempre più separati. Il problema principale è oggi quello della ricomposizione sociale e politica delle figure sociali oppresse e spezzate dal capitalismo globale. Un compito inedito.

Dal punto di vista sociale il nostro agire si rivolge in primo luogo a tutti i soggetti sociali vittime di uno stato di sfruttamento e di alienazione. Come abbiamo visto la rivoluzione capitalistica restauratrice intervenuta in questi anni ha provocato uno sconvolgimento nella morfologia delle classi subalterne e in particolare un processo di ampliamento e di frantumazione del lavoro a diverso titolo subordinato. Da un lato infatti le figure sociali hanno perso contorni netti — si pensi alla moltiplicazione e allo sminuzzamento delle posizioni contrattuali —, dall’altro lato assistiamo ad una sussunzione diretta nel processo di valorizzazione del capitale di figure, o di attività in capo alle stesse persone, che un tempo si collocavano nel campo della riproduzione della forza lavoro, cioè fuori dal lavoro produttivo inteso in senso stretto. Non si tratta di fenomeni assolutamente nuovi, come non è un’invenzione di adesso, il dibattito sui confini che separano il lavoro produttivo da quello improduttivo, quello materiale da quello intellettuale, ma è indubbio che questi fenomeni sono oggi assai ampliati rispetto al passato. Il lavoro, che è sempre astratto dal punto di vista del capitale, oggi assume una forma che concretamente si avvicina a questo suo carattere.

Accanto all’enorme crescita della precarizzazione, aumenta la disoccupazione di massa che è più che raddoppiata rispetto agli anni ’70. Si manifesta un processo di crisi nell’estensione del rapporto di lavoro salariato, nel senso che molte attività sono a tutti gli effetti lavori al servizio diretto del capitale — e dunque il lavoro non solo non finisce, ma si estende —, anche se non vengono economicamente e socialmente riconosciute come tali. Questo fenomeno conferma in sé una carica potenzialmente rivoluzionaria, poiché indica l’irriducibilità di fondo del lavoro vivo ad essere integralmente sottomesso al capitale. La contraddizione capitale-lavoro è dunque sempre più acuta e generalizzata nella società, ma i soggetti che investe sul versante del lavoro, e sui quali si articola sono molteplici e divisi. Conseguentemente l’individuazione dei referenti sociali nella costruzione dell’alternativa non può essere affidata ai paradigmi del passato, né si può concepire lo schieramento sociale dell’alternativa come una semplice riedizione dei classici concetti di blocco sociale, per cui attorno alla classe rivoluzionaria per eccellenza, che costituiva il motore umano del processo produttivo, andavano uniti ceti superiori o le classi che avevano perso di centralità a causa del pieno avvento del capitalismo industriale. Il problema principale è oggi ricomporre l’insieme dei soggetti vittime dello sfruttamento e dell’alienazione che sono divisi e contrapposti dalla ristrutturazione capitalistica, in un nuovo movimento operaio. Le recenti esperienze di lotta che vedono assieme i metalmeccanici con il nuovo movimento no-global, anche grazie ad un comune tratto generazionale, indicano che questo obiettivo è non solo necessario ma possibile.

In esso possono avere più peso le figure sociali che occupano i luoghi decisivi della produzione di plusvalore all’interno del processo di accumulazione capitalistica, ma la loro individuazione resta un compito, non solo un dato di partenza. Per queste ragioni l’individuazione dei referenti sociali della nostra azione politica comincia con il lavoro di inchiesta: perché solo attraverso questo è possibile conoscere le condizioni e i bisogni di queste figure sociali e stabilire con esse una relazione dinamica che già di per sé costituisce una pratica politica e non solo conoscitiva.

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN, FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBÀ, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRÌ, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENÒ, PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZ-ZOBON, PRANDINI PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOÉ,SANTORUM,SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.

Tesi 39 — La crescita del movimento
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

Per il Prc, l’impegno della crescita del « movimento dei movimenti » si pone su diversi terreni: il suo allargamento, la sua unità, il suo radicamento nei Social Forum cittadini. L’estensione del conflitto sociale e la costruzione di un forte intreccio tra il movimento operaio « tradizionale » e il movimento no global rappresenta la vera sfida strategica.

L’irrompere sulla scena mondiale del « popolo di Seattle » non ha trovato impreparata Rifondazione comunista: per merito sia dell’impianto analitico di cui il partito si era da tempo dotato (sulla rivoluzione capitalista, sui nuovi processi di globalizzazione, sui segnali di crisi di questi processi) sia della sua capacità di essere, con la propria soggettività, parte integrante del movimento, contro ogni antica tentazione di coscienza esterna. Grazie anche alla pratica politica dei Giovani comunisti, il ruolo del Prc all’interno del Genoa Social Forum è risultato evidente ed importante, proprio perché non determinato da pretese egemoniche.

In questa fase, in cui il movimento ha dato in più occasioni ottima prova di sè e della sua capacità di tenuta e nel contempo sta affrontando una impegnativa discussione sulle proprie prospettive e sulle proprie modalità organizzative, riteniamo utile precisare il nostro indirizzo. Riconfermando la scelta strategica della nostra internità al movimento, il nostro impegno organizzativo, politico e culturale finalizzato alla sua crescita, noi riteniamo che i nodi prioritari di questa fase siano:

1. La crescita del movimento, intesa come la sua capacità di persistenza, sviluppo, efficacia, al di là delle scadenze imposte dall’avversario costituisce l’obiettivo centrale. Per questo non vi è un problema di sbocco politico del movimento separabile dalla sua crescita e dal suo sviluppo, nella consapevolezza che i movimenti di massa non hanno necessariamente un andamento lineare, né sono a fortiori tenuti al « confronto » con appuntamenti istituzionali: insomma, nella scelta autonoma dei tempi e dei ritmi della lotta, si esercita fino in fondo la loro sovranità.

2. L’unità del movimento, così ricco di articolazioni interne, così variegato nelle sue anime e nelle sue opzioni generali, è un bene prezioso, comunque da salvaguardare in termini reali, politici e non « politicistici ». Una sfida non semplice, che non potrà svilupparsi su basi puramente soggettivistica o volontaristica: le tendenze alla divisione, se non alla scomposizione e\o all’autonomizzazione delle singole componenti, sono forti e fondate sul pluralismo delle soggettività che compongono il « popolo no global ». La costruzione — non frettolosa e consensuale — di un profilo programmatico alto, unito ad un profondo rispetto delle differenze presenti nel movimento, alla capacità di far vivere obiettivi riconoscibili, all’allargamento continuo del movimento oltre i suoi confini, è un impegno che proponiamo, al tempo stesso, a noi e ai soggetti attivi della protesta.

3. La costruzione dei social forum cittadini, di paese, di quartiere è, anche rispetto ai fini di questa crescita, uno strumento indispensabile. Essi sono da sviluppare e potenziare con l’attenzione a non trasformarli nei fatti in intergruppi, ma in sedi reali di aggregazione e proposta, capaci ogni volta di coinvolgere soggetti e soggettività finora esclusi — o autoesclusi — dalla politica. Qui si colloca quel lavoro di unificazione tra figure sociali diverse — tra i lavoratori e i giovani, prima di tutto, tra i garantiti e i non garantiti, tra gli operai e gli studenti, tra i « nativi » e i migranti — di cui il movimento non può fare a meno. Si tratta, appunto, di un livello di unità, di interlocuzione diretta, di confronto ravvicinato che non può che avvenire dall’interno delle soggettività e dei bisogni, ma anche in rapporto a eventi concreti, come vertenze di zona, di territorio, di ambiente, che costruiscano via via una conflittualità generale e articolata.

4. L’allargamento della pratica della disubbidienza civile e sociale. Non si tratta solo di una metodologia, ma di un contenuto: la capacità di trasferire e rielaborare la violazione delle zone interdette dai grandi summit del potere alla messa in discussione delle infinite « zone rosse » che compongono la vita quotidiana, e la sfera della vita civile. La capacità di mettere in campo pratiche di disubbidienza civile, dagli scioperi alla rovescia dei disoccupati alla valorizzazione sociale degli spazi urbani dismessi all’obiezione fiscale alle spese militari, è una delle leve di radicamento sociale e territoriale del movimento e di avanzamento del medesimo. La « pratica dell’obiettivo » deve essere tolta dalla dimensione estetica del « gesto esemplare » per essere riconsegnata alla pratica collettiva di un percorso di lotta che intreccia rivendicazione e autogestione.

5. La nonviolenza, pratica di lotta non distrutttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l’anima profonda del movimento e dall’altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all’opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un’organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica — che riguarda i partiti come i movimenti — che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d’identità. In questo senso, nell’epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell’umanità.

6. Unificare i movimenti. La ripresa del conflitto operaio (e più in generale dell’iniziativa di lotta dei lavoratori) costituisce l’altra grande novità, insieme alla nascita del movimento pacifista e no global, della fase che si è aperta. Di ciò sono testimonianza lo sciopero e le grandi manifestazioni dei metalmeccanici del 6 luglio e del 16 novembre, quelli della scuola e del pubblico impiego, la compatta sospensione del lavoro con i cortei interni alla Fiat e più in generale le mobilitazioni che si stanno producendo in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, contro la destrutturazione delle regole del mercato del lavoro e dello stato sociale, caratterizzata da una asfissiante pratica concertativa.

Il conflitto non torna soltanto ad investire realtà in cui le capacità di lotta si erano affievolite, ma coinvolge una giovane generazione di lavoratori che per la prima volta si affaccia sulla scena politica, e vede partecipi fasce rilevanti di precariato che dimostrano la propria disponibilità a lottare pur in presenza dei ricatti derivanti da un rapporto di lavoro frammentato in misura sempre maggiore. Infine, risulta evidente, che tale conflitto trascende l’immediatezza della condizione di lavoro assumendo un carattere più generale.

Non solo. La ripresa di un conflitto di classe nel nostro Paese crea le premesse per la costruzione di uno schieramento sociale ampio. Da questo punto di vista, un obiettivo fondamentale è rappresentato dalla saldatura fra mondo del lavoro e movimento no global. Tale saldatura fino ad oggi si è verificata, ancora troppo saltuariamente, a partire da Genova, con il concorso determinante della Fiom oltre che del sindacato extraconfederale. Non vi è dubbio, tuttavia, che nella prospettiva della costruzione di uno schieramento sociale in grado di sostenere una piattaforma di opposizione, molto resta da fare. E non solo perché va coinvolto in modo più esteso lo stesso mondo del lavoro, ma perché occorre che emergano proposte programmatiche unificanti e occorre che tale unificazione si esprima compiutamente sul terreno della lotta e della mobilitazione comune.

É necessario appoggiare, dentro e fuori le istituzioni, le vertenze a difesa dei posti di lavoro oggi sotto attacco; rilanciare le nostre proposte per il riallineamento periodico e automatico delle retribuzioni e delle pensioni all’inflazione reale; favorire l’incontro di lavoratori « tipici » e « atipici », reclamando nuove « rigidità » nei rapporti di lavoro e l’estensione dei diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori ai precari e alle aziende sotto i 15 dipendenti; porre ancora all’ordine del giorno l’acquisizione di livelli normativi e contrattuali certi e valorizzare il ruolo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie in ogni luogo di lavoro, investendovi risorse umane. In questa prospettiva, poi, la riproposizione forte della questione salariale e della riduzione d’orario a parità di salario rappresentano terreni oggettivamente unificanti.

L’impegno per la crescita del movimento dei lavoratori, per la realizzazione di uno schieramento sociale più ampio, per la convergenza all’interno di una comune piattaforma sociale costituiscono obiettivi fondamentali dell’iniziativa del partito. Senza questo orizzonte il suo stesso ruolo come soggetto politico sarebbe inadeguato rispetto alla complessità della fase. Peraltro, solo in questa prospettiva è possibile seriamente porsi il problema dell’opposizione al governo delle destre. La natura dell’attacco che infatti viene condotto dal governo, investendo elementi essenziali della vita sociale, dall’aggressione allo stato sociale all’attacco ai diritti del mondo del lavoro impone infatti una risposta di massa che si generalizzi e duri nel tempo passando per la convocazione di una mobilitazione generale.

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN, FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU, VALENTINI, VENDOLA, VINCI, VINTI, ABBÀ, ACCARDO, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA,BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANTONI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLIFRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRÌ, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENÒ, PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOÉ, SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.

Tesi 40 — Il programma fondamentale per la sinistra alternativa

É necessario un progetto di trasformazione sociale, fondato su idee-forti e su obiettivi programmatici capaci di divenire « bandiere piantate nella testa della gente ». Nessuna forza può elaborarlo da sola.

Nel processo di rifondazione comunista, nel lavoro della costruzione della sinistra d’alternativa, come nel contributo che dobbiamo e possiamo dare alla crescita dei movimenti, assume un’importanza centrale la definizione di un programma fondamentale per la sinistra antagonista.

Questa esigenza nasce almeno da tre diversi fattori: le grandissime novità introdotte sul terreno economico e sociale dalla rivoluzione capitalistica e l’apertura di una seconda fase nel processo di globalizzazione; il crollo e il fallimento delle esperienze dei paesi del socialismo reale e la conseguente crisi dei progetti di trasformazione delle società fin qui conosciuti; lo sviluppo di un movimento mondiale antagonista.

L’insieme di questi fattori richiede la ridefinizione di un progetto comunista e che la sinistra alternativa compia uno sforzo di elaborazione per un nuovo programma fondamentale di trasformazione che abbia la forza di innovazione e di trascinamento che ebbero i programmi nella tradizione del movimento comunista del passato, per dirla con Engels, bandiere piantate nella testa della gente. Questo è un lavoro di lunga durata, che non può essere prodotto da una forza sola ne’ tanto meno nel chiuso di un ufficio studi. Richiede un continua interlocuzione con i movimenti, con le insorgenze politiche e sociali, con le molteplicità delle forze anticapitaliste disponibili a porsi su questo terreno di ricerca, in una dimensione internazionale a partire dal quadro europeo.

Si tratta quindi di un percorso che è tanta parte del progetto della Rifondazione Comunista e che intendiamo compiere non in solitudine, ragionando attorno ad alcuni temi essenziali.

Tesi 41 — I caratteri essenziali della ricerca programmatica

Le forme della proprietà, ma anche e soprattutto la nuova alienazione del lavoro. Una critica radicale al produttivismo e allo « sviluppismo » che hanno caratterizzato il movimento operaio. L’assunzione della contraddizione di genere. Il superamento definitivo dell’economicismo.

Ci riferiamo in modo particolare a un modo di concepire la rivoluzione nei rapporti di produzione che non solo ponga in modo rinnovato la questione della proprietà, la cui composizione ha subito rilevanti modificazioni a seguito della ristrutturazione capitalistica, ma soprattutto i temi della critica e della modificazione dei processi del lavoro reali in ogni ambito della società; della contestazione della gerarchizzazione sociale che si riproduce nei diversi processi produttivi; delle nuove forme con cui si presenta l’alienazione. Significa portare fino in fondo la critica alla concezione produttivista e sviluppista che pure hanno animato grande parte della storia e delle esperienze del movimento operaio, elevando a valore irrinunciabile e costitutivo della cultura della trasformazione la difesa e la valorizzazione dell’ambiente e quindi un senso del limite sia dal punto di vista ecologico che sociale e relazionale. Significa ripensare radicalmente il nesso tra produzione e riproduzione. Significa quindi porre, anche per l’azione immediata, il problema del superamento del pensiero economicista, di un punto di vista prevalentemente redistributivo delle risorse, ponendo concretamente il problema del cosa e del per chi produrre contemporaneamente a quello del come; ponendo così le basi per un’unità, tra le tradizionali figure sociali e quelle create dal processo di ristrutturazione capitalistica.

Ci riferiamo all’imperativo di porre l’individuo concreto, cioè sociale e sessuato, e i suoi diritti lungo l’intero arco della sua vita, al centro di un processo di trasformazione. Significa portare a fondo la critica a organizzazioni sociali fondate sul patriarcato e sul familismo, qualsiasi siano le loro diversità e origini specifiche, per introdurre e praticare la democrazia di genere in ogni aspetto regolativo della vita sociale. Significa riconsiderare la dialettica fra comunità e individuo, fra stato e cittadino senza alienare i diritti di alcuno. Significa andare ben oltre le forme di stato sociale o socialista fin qui conosciute, attraverso un’individuazione e una risposta ai problemi dell’individuo sociale e sessuato, che presuppone la sua partecipazione e il suo protagonismo.

Ci riferiamo quindi alle necessità di riconsiderare l’idea stessa di potere e conseguentemente di democrazia, concependo il primo né come punto di partenza né come punto d’arrivo per il rivoluzionamento dei rapporti sociali e di produzione, ma come importante punto di snodo di un processo di democratizzazione della vita quotidiana che comporta un’articolazione delle forme di potere stesso e una generalizzazione delle forme di autogestione, di controllo, di partecipazione. Significa riproporre — alla luce delle sconfitte patite nell’esperienza di organizzazione statuale del movimento operaio, ma anche sulla base di recenti esperienze positive anche se limitate — il tema della democrazia diretta, di una sua coniugazione sempre più intensa e avanzata con le forme della democrazia delegata, superando così la contraddizione tra una teoria che affermava l’estinzione dello stato e una pratica che lo rafforzava nelle forme peggiori. Significa maturare un’idea più complessa della democrazia che assuma il genere come elemento costituente e la pluralità culturale come valore. Significa creare comunità, cioè riempire le forme di democrazia di concreta costruzione di legami sociali fra diversi. Significa perciò concepire l’azione politica come la ricerca costante di congiunzione tra i mezzi e i fini, non solo nel senso di negare che i secondi possano giustificare i primi, ma che questi, per essere credibili e per suscitare consenso e partecipazione, devono contenere in nuce i fini che dichiarano.

Ci riferiamo, per concludere questa esemplificazione ad una concezione della pace fondata su un idea di comunità universale che trascenda i confini, le culture, i generi, le condizioni materiali.

Tesi 42 — La piattaforma di opposizione alle destre

Nel nostro programma elettorale, sono definite le « proposte di legislatura » per una battaglia efficace contro le destre. Naturalmente, con gli aggiornamenti e gli arricchimenti necessari.

Tra il lavoro per la definizione di un programma fondamentale e l’iniziativa politica e sociale di oggi per un’efficace opposizione al governo delle destre e per procedere nella costruzione della sinistra di alternativa e di una sinistra plurale, per contribuire alla crescita dei movimenti, vi deve essere un nesso preciso, sia nella individuazione degli obiettivi che nelle modalità di portarli avanti e nelle concrete esperienze di lotta

In questo senso ribadiamo la validità e l’attualità dell’impianto di programma che abbiamo presentato in occasione delle elezioni del 13 maggio 2001 — la cui dimensione temporale vuole coprire l’attuale legislatura da poco iniziata — che abbiamo discusso e deciso con il contributo di personalità e forze anche esterne al nostro partito. Naturalmente i rilevanti fatti avvenuti dalle elezioni ad oggi, gli atti concreti compiuti dal governo e le riflessioni che hanno suscitato nel movimento e nel campo della sinistra di alternativa ci impongono arricchimenti, aggiornamenti e sottolineature a quell’impianto. Le destre non hanno vinto le elezioni fondandosi su uno schieramento sociale pienamente formato e coeso, ma certamente si propongono ora di costruirlo, sfruttando appieno l’arma del governo.

Il nostro obiettivo è di giungere alla costruzione di una piattaforma di opposizione al governo delle destre, che diventi un punto di elaborazione e di incontro di movimenti, organizzazioni sociali e politiche e che si proponga di sottrarre consenso al governo delle destre che è forte ma tutt’altro che invincibile. Questo richiede il rovesciamento della logica del centro-sinistra e della sinistra moderata della subordinazione al primato della competitività.

Tesi 43 — L’opposizione alla guerra

Prioritaria, in questa fase, è la lotta contro la guerra e contro la partecipazione italiana ad essa. Che è legata a parole d’ordine chiare: scioglimento della Nato, radicale riforma e rilancio dell’Onu, smantellamento degli arsenali nucleari, composizione della crisi mediorientale ("due popoli, due stati")

Oggi assume un ruolo determinante l’opposizione alla guerra, sia per l’immediata cessazione di quella in corso in Afghanistan e della partecipazione ad essa del nostro paese, sia per impedire che il ricorso all’intervento armato si stabilizzi come normale strumento di gestione della crisi del processo di globalizzazione. Il che comporta lavorare per la ricostruzione del patto tra le nazioni che costituì l’ONU a partire dalla radicale riforma di quest’ultima; lo scioglimento della Nato; lo smantellamento degli armamenti nucleari e di tutti gli strumenti per lo sterminio di massa; la composizione pacifica dei punti di crisi a livello mondiale, a partire dal conflitto israeliano-palestinese; l’assunzione di un ruolo politico ed economico del tutto autonomo dell’Europa, il che comporta la non partecipazione a imprese belliche, uno spostamento del peso decisionale sulle istituzioni europee elettive, come il Parlamento, nel quadro di una nuova Costituzione europea, la revisione dei trattati introducendo e praticando criteri di politica occupazionale e sociale, quindi non solo finanziaria e monetaria, la rivisitazione del tema dei diritti negativamente risolta a Nizza, una politica di solidarietà e di cooperazione su scala mondiale, di cui la cancellazione del debito dei paesi poveri e l’introduzione di una tassazione sulle transazioni di capitale (Tobin Tax) possono essere i primi significativi passi.

Tesi 44 — Una politica economica alternativa per il paese e per il mezzogiorno

Contro la recessione e i suoi effetti devastanti, è essenziale rilanciare l’intervento pubblico in economia: su beni essenziali e ambientali, come l’energia, l’acqua, la vivibilità urbana, il risanamento del territorio, il diritto all’alimentazione. In questo quadro una profonda « svolta meridionalista » e la costruzione di una « antimafia sociale ».

Il profilarsi di una profonda recessione economica — anche in Italia tutte le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso — rende ancora più acuto lo scontro sulla politica economica e sulla questione sociale. All’affacciarsi nella politica economica degli USA di un Keynesismo di guerra non corrisponde analoga scelta da parte dei paesi europei e anche della stessa Italia, dove pure il peculiare schieramento delle destre prova a intrecciare alla linea più nettamente liberista tentativi di politiche economiche e sociali più populiste e nazionali. Alle une e alle altre dobbiamo rispondere con la nostra proposta di rilancio di un nuovo intervento pubblico nell’economia indirizzato verso settori e produzioni alternative a quelle praticate dal mercato e dalla produzione di guerra. A cominciare dalle scelte energetiche alternative tanto più urgenti in considerazione dell’aggravarsi delle crisi climatiche nel mondo, verso la definizione di un’economia entro la quale ambiente e persone non siano vincoli di cui sbarazzarsi ma un valore. A tale fine riteniamo necessaria ed urgente la messa in discussione del patto di stabilità a livello europeo. La globalizzazione non solo tende ad aumentare il divario tra il Sud e le altre zone dell’Italia e dell’Europa ma, intervenendo in una situazione già di degrado, porta il disagio sociale e le concrete condizioni di vita nel Mezzogiorno del paese a livelli insopportabili, contribuendo nel contempo a rafforzare poteri mafiosi e pratiche clientelari. L’impulso alle privatizzazioni e alla deregolamentazione del mercato del lavoro, l’estendersi di forme molteplici di lavoro flessibile e precarizzato in un contesto che permane di alta disoccupazione strutturale, unitamente alla forte crisi produttiva che ha spazzato via i pochi poli dell’industria senza aver determinato alternative occupazionali nel terziario, delineano un quadro sociale e democratico — come confermano i risultati delle ultime elezioni politiche nelle regioni meridionali e lo stesso recente voto siciliano — davvero allarmante. Nel vuoto di un tessuto produttivo autentico e vitale e di una rappresentanza politica e sociale organizzata cresce l’individualismo e si ripropongono forme — per quanto rinnovate — (nella modalità e nella quantità delle risorse disponibili) di scambio politico clientelare e un nuovo legame tra politica e accumulazione criminale. Anche nei confronti del Mezzogiorno convivono nelle classi dirigenti due diversi, anche se complementari, orientamenti. Da un lato la tendenza di fondo ad assegnare al Sud nuovamente una funzione dipendente nel quadro di uno sviluppo duale (coessenziale ad un modello sociale sempre più centrato sulla precarietà e sulla flessibilità selvaggia del mercato del lavoro), finalizzato alla ristrutturazione economica del Nord per la quale si drenano risorse finanziarie e umane. Dall’altro una linea più nazionale e populista che guarda al Mezzogiorno come area più tradizionale di consenso per politiche di deficit spending di destra tra flussi finanziari europei per le grandi opere e perfino investimenti produttivi nel settore militare. Una variante meno aridamente liberista ma egualmente modernamente centrata sull’idea di un territorio povero per qualità sociale e civiltà. Un’area in cui intorno ai nuovi flussi distorti di spesa si salda un nuovo sistema di potere intrecciato al sistema politico e al potere criminale. Per questo la mafia non si configura come un elemento di arretratezza ma come fattore organico e dinamico del processo di modernizzazione capitalistica del mezzogiorno. Le mafie sono forti perché continuano a controllare il territorio e l’economia e operano in collusione con un sistema di imprese che occulta le proprie responsabilità. Anzi, i processi di precarizzazione del lavoro, la politica delle grandi opere e di cementificazione selvaggia, favoriscono una nuova espansione mafiosa. Va quindi contrastato ogni legame tra la politica e quella borghesia mafiosa fatta di imprenditori, professionisti, uomini della cultura e della finanza, che costituiscono un ponte tra il sistema di potere e gli interessi delle cosche. Contro questa nuova conformazione del fenomeno mafioso vanno superati i limiti di un’antimafia che si muova solo sul terreno etico o sulla delega alla magistratura, per dare vita alla stagione dell’antimafia sociale.

In questo quadro è necessario imporre, con la rivendicazione di un nuovo modello di sviluppo (rivendicazione che incorpori necessariamente un legame rinnovato tra lotte sociali e lotte ai poteri criminali) una svolta meridionalista che indirizzi l’intervento pubblico in direzione di un allargamento e di una qualificazione della base produttiva al fine di creare al Sud le condizioni di uno sviluppo duraturo fondato sulla formazione, la ricerca, l’innovazione, attrezzando una economia capace di competere in direzione dell’Europa sulla qualità anziché sul basso costo del lavoro e aperta alla cooperazione con tutti i paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Uno sviluppo in cui la valorizzazione dell’ambiente e delle risorse umane e culturali orientino — in alternativa alle opere cementificatrici e speculative — politiche di risanamento dei grandi cicli ambientali, di riassetto dei centri storici delle città e dei territori, di opere di risanamento del clima e di lotta agli inquinamenti, di recupero dal dissesto idrogeologico ripristinando gli equilibri naturali. Occorre garantire il carattere pubblico, qualificato e facilmente accessibile di tutti i beni comuni: acqua, energia, cibo, ambiente. Occorre garantire il diritto all’alimentazione e alla sovranità alimentare invertendo la crescente separazione tra produzioni alimentari e territorio di riferimento, che insieme all’industrializzazione del processo produttivo ha portato degrado dei territori e insicurezza alimentare. Il produttivismo chimico e ora genetico, degrada l’ambiente e non porta a soluzione i problemi della fame. É necessario indirizzare le politiche e i sostegni verso la qualità dei prodotti, la possibilità per tutti di accedervi e verso l’impiego del lavoro, anche guardando a una agricoltura con funzione di presidio e valorizzazione del territorio. Servono perciò piani di accesso e di uso appropriato dell’acqua, di diritto all’alimentazione, di risanamento idrico e delle reti, di risparmio energetico, di uso delle fonti alternative pulite, di ottimizzazione ambientale nella transizione con l’uso del metano invece di combustibili maggiormente inquinanti e a maggiore impatto serra, il mantenimento pubblico dell’ENEL, bloccando nuovi siti privati.

Tesi 45 — La lotta per il lavoro, i nuovi bisogni, i diritti

Le nostre proposte di fase: innalzamento dei minimi di pensione, protezione integrale dei salari dall’inflazione, introduzione delle 35 ore settimanali di lavoro, salario sociale ai disoccupati di lunga durata. Contro un mercato che discrimina donne, giovani, migranti.

La scelta di costruire una proposta alternativa di politica economica a partire dai bisogni reali di chi sta peggio, viene ulteriormente confermata sia per l’aggravarsi di quelle condizioni, sia per la crescita dei nuovi fermenti e movimenti nel quadro sociale, a partire dall’entrata sulla scena di una nuova generazione di lavoratrici e lavoratori.

Per questo la questione del lavoro diventa ancora più cruciale in tutti i suoi aspetti.

L’elevamento dei redditi da lavoro dipendente e da pensione, oltre che naturalmente l’innalzamento dei minimi di queste ultime a un milione di lire al mese, e la protezione integrale dall’inflazione contro la diminuzione del loro valore reale — problemi che nel nostro paese, anche rispetto al contesto europeo, assumono aspetti di particolare gravità —; la redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione d’orario, come prima indispensabile misura per l’occupazione e per il miglioramento della qualità della vita, a cominciare dalle 35 ore settimanali a parità di retribuzione, con la modifica del rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro, nonché la riforma dei tempi delle città, secondo le proposte che ci vengono dalla cultura delle donne; la costruzione di una griglia universale di diritti per riunificare il frammentato mondo del lavoro, contro il moltiplicarsi delle figure atipiche e l’attacco allo statuto dei diritti dei lavoratori; l’erogazione di un salario sociale ai disoccupati di lunga durata, per metterli in condizione di sopravvivere senza ricatti e di evitare il « lavoro qualunque »; un incremento dell’occupazione femminile, che ridisegni complessivamente diritti e garanzie a partire dalla differenza e dalle specificità di genere, contro la ripresa di tematiche familiste e di esclusione, sono alcuni degli obiettivi immediati e terreni di iniziative politiche e sociali. La loro affermazione passa attraverso una intransigente opposizione all’organico disegno di definitiva liberalizzazione e privatizzazione del mercato del lavoro contenuto nel Libro bianco del governo e nei disegni di legge che ne derivano.

In questa nuova situazione internazionale e di fronte alle iniziative xenofobe e razziste condotte direttamente dal Governo e dalle destre anche con iniziative legislative, assume un particolare valore la tutela dei diritti dei cittadini immigrati, come quelli al lavoro, alla cittadinanza, alla partecipazione ad ogni forma della vita democratica tra cui quello di eleggere e essere eletti.

Tesi 46 — Un nuovo spazio pubblico

L’attacco al Welfare chiede risposte non solo difensive. É necessario costruire un controllo sociale sui servizi e coniugare l’univeralità dei diritti con la risposta alle esigenze dell’individuo concreto. Varare la Tobin Tax e una riforma progressiva del fisco. Rilanciare la scuola pubblica, gratuita e repubblicana.

Il presente attacco al welfare state va fronteggiato non solo sul fronte, peraltro assolutamente indispensabile, della resistenza e della difesa dello spazio pubblico, ma affrontando la sfida dell’innovazione e cioè coniugando i principi di gratuità e di universalità con la qualità e la capacità di rispondere all’esigenza dell’individuo concreto. E questo per potersi realizzare richiede un protagonismo dei cittadini ed una democratizzazione delle strutture predisposte all’erogazione e alla gestione dei servizi.

Nello stesso tempo sottolinea — anche di fronte ad un’ulteriore aumento delle ingiustizie provocate dal governo di centro-destra preoccupato di garantire sotto ogni aspetto l’immunità della proprietà — l’urgenza di una riforma fiscale che riequilibri i rapporti tra redditi da lavoro e da capitale e colpisca questi ultimi in ogni loro forma, anche attraverso l’introduzione in ambito nazionale di tassazioni sulle transizioni di capitali sul modello della Tobin Tax.

L’accellerazione dello smantellamento della scuola pubblica e la logica privatistica, classista, clericale e aziendalistica che caratterizza le proposte del governo Berlusconi ci chiamano ad un salto di qualità. Contro questo progetto riproponiamo la necessità di una scuola pubblica, gratuita e repubblicana, come perno di un sistema formativo che accompagni i cittadini per l’intero arco della vita.

Contemporaneamente, e in stretta connessione con quest’ultimo obiettivo, va perseguito quello di una informazione, di un’industria culturale e dello spettacolo, multiculturali e libere dal monopolio privato quanto dalla lottizzazione e dai conformismi partitici e burocratici del settore pubblico. Per questo ci impegniamo a contrastare in tutte le sedi i meccanismi legislativi, istituzionali e strutturali che muovono nella direzione contraria e a sostenere invece tutte le forme di mobilitazione delle forze che lavorano per mantenere spazi plurali e molteplici entro le realtà e le strutture esistenti.

Tesi 47 — La difesa e l’innovazione della democrazia

La democrazia va difesa dagli attacchi e dalle aggressioni crescenti: ci opponiamo, per esempio, ad ogni ulteriore manipolazione della carta costituzionale. Ma occorrono anche pratiche innovative: come per esempio quella del « bilancio partecipato » proposto da Porto Alegre.

La crisi della democrazia è ulteriormente acuita — per i motivi già detti — della guerra e dal varo della cosiddetta riforma federalista, appunto dall’alto e dal basso. La Costituzione repubblicana ha già subito una pesante manomissione con la modifica del Titolo quinto, e si impone a tutte le forze democratiche l’integrale difesa dei suoi principi di fondo e delle altre sue parti. La crisi della democrazia, accentuata anche dall’attuale legge elettorale che mette in crisi persino il ruolo del Parlamento nazionale quale sede della rappresentanza politica, non può essere affrontata solo — per quanto ciò sia necessario — con la difesa delle istituzioni rappresentative o con la riproposizione dei principi proporzionalisti. L’importante tema della sicurezza dei cittadini che viene strumentalizzato in termini di ordine pubblico, diventa, in questa fase, l’alibi per riproporre logiche emergenziali e restringere gli spazi di libertà. La difesa dei diritti fondamentali e delle garanzie individuali si conferma quindi essere elemento fondante una battaglia strategica per la democrazia e connesso alla costruzione di una identità comunista rinnovata. La stessa violenta aggressione all’indipendenza della magistratura praticata dalle destre, nonché la prevaricazione dei poteri del governo su quelli del Parlamento, ripongono al centro la necessità della salvaguardia del principio della netta distinzione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dello stato. Tuttavia il puro ribadimento di questi principi liberali non è sufficiente. É per tanto necessario coniugare da subito forme di democrazia diretta con quelle della democrazia delegata — nel pieno rispetto dei diritti universali dei soggetti concreti, sociali e sessuati — costruendo e sperimentando organismi che esaltino, a partire dal livello locale, la diretta partecipazione dei cittadini; questo valorizzando esperienze che ci vengono da altri paesi, come quelle del « bilancio partecipato » nella municipalità di Porto Alegre.

Tesi 48 — Perché un partito comunista è necessario

Solo una forza comunista organizzata, è in grado di attraversare, con un progetto unitario, i diversi terreni e le molteplici contraddizioni che attivano oggi i soggetti della trasformazione. E solo un partito comunista può cominciare a pensare la transizione

L’identità comunista viene oggi declinata in molte forme. Può vivere nei movimenti, ispirare autonome imprese dell’informazione, animare minoranze interne a formazioni politiche di natura socialdemocratica o socialista, esprimersi in gruppi indipendenti di ricerca teorica o sociale. E può perfino esser vissuta come scelta puramente morale, una sorta di « foro interiore », o intellettuale. Tra queste opzioni, noi abbiamo scelto per l’oggi e per il domani, quella del Partito, all’interno di un progetto di rifondazione, sulla base di una rinnovata persuasione politica generale.

Una forza politica comunista è oggi necessaria per una ragione essenziale: perché è in grado di attraversare con un progetto unitario di lotta tutte le contraddizioni e i terreni che rendono possibile la costruzione e l’attivazione dei soggetti della trasformazione. Le diverse sfere dell’iniziativa — il conflitto sociale, la protesta civile, l’interpretazione dei processi economici e sociali, l’elaborazione culturale, la rappresentanza istituzionale — tendono a restare tanto separate quanto incomunicanti: il Partito è un luogo nel quale si possono produrre una ricomposizione, una proposta generale, un progetto. Ma è anche uno strumento attivo di democrazia: una sede di partecipazione alla vita politica a disposizione di tutti coloro che non hanno scelto la politica come mestiere. In questo senso, il Partito comunista moderno non può che essere di massa: comunità autonoma di donne e di uomini che vogliono agire per trasformare l’esistente. Per questo il Partito che abbiamo cercato di costruire, in questi anni, colloca la propria soggettività nel contesto delle contraddizioni sociali, di classe, culturali, civili, istituzionali. Cerca di radicarsi nei luoghi di lavoro, tra i lavoratori dipendenti, nelle fabbriche, nel mondo della scuola e della ricerca, tra gli inoccupati e i senzalavoro, tra i migranti. Si articola sul territorio. Riconosce l’antagonismo di classe e quello di genere. Promuove la democrazia interna. Si dota di strumenti di formazione a autoformazione. Tutto questo con la consapevolezza piena della funzione che può e deve svolgere, ma anche del suo limite « naturale ». Sa cioè di essere necessario, ma non sufficiente: la costruzione dell’alternativa è un processo articolato e plurale che si sostanzia di una molteplicità di forme di organizzazione, aggregazione, associazione, attività volontarie. Ciascuna di queste forme può svolgere, di volta in volta, una rilevante funzione politica autonoma.

Insomma, a differenza del partito di tipo tradizionale, Rifondazione Comunista sa che l’iniziativa politica e sociale non può essere svolta solo dai suoi militanti e da quelli di organizzazioni collaterali, ed è piuttosto svolta da una costellazione di individui e di associazioni con cui il partito deve entrare in rapporto di scambio e comunicazione senza prefiggersi lo scopo dell’assorbimento o dell’integrazione subalterna.

Un secondo elemento che caratterizza la necessità di un partito comunista è quello di porre l’obiettivo della trasformazione, cioè della costruzione di una società contraddistinta da un nuovo modo di produzione e da istituti democratici qualitativamente superiori a quelli storicamente sperimentati. Essa si prospetta oggi come una costruzione profondamente diversa sia dall’idea insurrezionalista della presa del potere, sia dall’ipotesi strategica riformista (una sequenza di riforme di struttura e di conquiste legislative): in larga misura, va reinventata, sperimentata, verificata nella pratica, in un processo che sarà giocoforza complesso ed originale e che non si lascia certo scrivere a tavolino. Noi, oggi, possiamo soltanto prefigurare una transizione che, per un verso, si avvale di strumenti peculiari della storia del movimento operaio (dall’attivazione del conflitto sociale e territoriale alla « pratica dell’obiettivo »), per l’altro verso, si fonda su una dialettica permanente tra rappresentanza istituzionale e forme di autogoverno, tra poteri centrali e contropoteri diffusi, tra partiti e movimenti. Non ci sarà « la » rottura, ci saranno molti e diversi momenti di rottura. Non ci sarà, forse, « la » sintesi, ma momenti significativi di ricomposizione e unificazione. In un processo di questa natura e portata, il Partito ci pare uno strumento non unico ma certo indispensabile.

Crediamo, infine, che solo sulla base di una concezione del partito come quella qui tratteggiata possa essere costruita un’idea (ed una pratica) d’una società comunista effettivamente democratica. Ad un partito inteso come unico soggetto, come unico detentore della « verità » corrisponde necessariamente una società gestita (illusoriamente) dal centro, verticistica, rigida e burocratizzata, incapace di dinamismo e di adattamento ai mutamenti storici. Ad un partito inteso come agente, necessario ma non unico, della trasformazione, può corrispondere, invece, una società pluralista e democratica, capace di autocorrezione e di durata.

Tesi 49 — Per un bilancio dei dieci anni di rifondazione comunista

Il Prc ha vinto la battaglia della sopravvivenza e della vitalità politica. Ora serve un salto di qualità, un’innovazione forte che metta al centro del nostro lavoro il tema della rifondazione.

Dal 1991 ad oggi, Rifondazione comunista ha vinto almeno due scommesse: quella della sopravvivenza, del primum vivere e quella, altrettanto importante, della vitalità. Passando attraverso crisi, interne ed esterne, anche drammatiche, il Prc è riuscito cioè ad affermare la propria funzione attiva nella società italiana, sfuggendo a quel destino minoritario e testimoniale che tante volte gli era stato predetto. Questo è stato possibile grazie all’impegno, alla dedizione, alla costanza, alla generosità di migliaia e migliaia di compagni e compagne che nel corso di questi dieci anni hanno concretamente costruito il partito e posto le basi materiali per un processo di rifondazione comunista. Qualsiasi bilancio autocritico del nostro lavoro non può che muovere da questi dati reali, che sono tutto fuorché scontati. Grazie a questa impostazione, nella nascita e nella crescita del movimento antiglobalizzazione, così come nelle giornate di Genova, il ruolo del Prc è risultato evidente, riconoscibile, riconosciuto.

Ora, è tempo di tentare un salto di qualità, nella nostra iniziativa come nella nostra fisionomia politica e strategica. Rifondazione comunista è nata, a Rimini, come uno scatto necessario d’identità: un grande No alla liquidazione del Pci, di una storia, di ogni istanza anticapitalista organizzata. Sin dall’inizio, con la rinnovata partecipazione di molti compagni e compagne e la confluenza di Dp, ne è emersa una natura plurale, che è diventata una nostra peculiarità. Da qui, la vivacità e, talora, anche la ricchezza del suo dibattito, ma anche la sua scarsa compattezza culturale e il suo debole senso di appartenenza. L’identità del Prc è cresciuta e si è via via verificata nel fuoco delle scelte politiche e sociali del momento: una necessità ma anche un limite. Così, le due scissioni subite hanno avuto come propria ragione scatenante non una divergenza strategica dichiarata (e come tale riconosciuta e dibattuta), ma una sia pure rilevantissima questione di tattica e collocazione parlamentare. Nella rottura più grave, quella con i Comunisti Italiani, è emerso quell’intreccio di ortodossia, continuismo e moderatismo che negava in radice la necessità della rifondazione: per un verso, il comunismo come richiamo all’ortodossia e orizzonte lontano, per l’altro verso, il « qui e ora » del realismo politico e istituzionale, dove le alleanze e gli schieramenti precedono e predeterminano ogni battaglia sui contenuti. Proprio questa circostanza ha reso evidente un limite profondo nella capacità di innovazione e rifondazione. Superare questi limiti, per costruire processualmente una cultura politica comunista all’altezza delle sfide di oggi, significa porre al centro delle nostre attenzioni il nodo della rifondazione.

Tesi 50 — Essere comunisti, oggi

L’identità comunista si declina, per un verso, come critica radicale del modo di produzione capitalistico, per l’altro verso come persuasione del suo superamento, verso la costruzione di una società fondata sulla volontà delle donne e degli uomini, e liberata dal profitto come motore dello sviluppo.

In questi anni, una intensissima campagna ideologica ha cercato di demolire il comunismo come valore e proposta attuale. Mentre la vulgata della « fine della storia » tendeva a delegittimare ogni istanza (e speranza) di mutamento dell’esistente, si « riscriveva » in questa luce l’intera vicenda novecentesca. In parallelo, l’anticomunismo tornava ad essere un segno distintivo delle classi dirigenti: sia nelle forme e nei linguaggi « viscerali » di Berlusconi sia con modalità apparentemente più contenute ("il comunismo è incompatibile con la libertà"). La resistenza, anche culturale, a questa campagna era e resta un atto della rifondazione comunista.

L’identità comunista nel tempo della globalizzazione si declina, per un verso, come critica radicale del modo di produzione capitalistico, e per l’altro verso, come convinzione politica che è possibile la costruzione di una società nella quale lo sviluppo economico, le relazioni sociali, la vita concreta delle persone sono determinate dalla volontà organizzata delle donne e degli uomini, invece che dal profitto, dallo sfruttamento, dall’alienazione della forma di merce.

Questa identità non nasce dalla pura ripulsa morale dell’esistente, e nemmeno soltanto dal rifiuto soggettivo delle innumerevoli ingiustizie che caratterizzano il mondo: si fonda sull’analisi di classe della società, delle soggettività che la pervadono, degli antagonismi « irriducibili » che la caratterizzano.

Centrale, proprio in quest’ottica, è il conflitto tra capitale e lavoro: non ci potrà essere alcun superamento del capitalismo, cioè della logica del mercato e dell’impresa, sè non ci sarà l’abolizione del lavoro salariato e la liberazione del lavoro. In questo senso, la nostra identità comunista resta imprescindibilmente connessa alla contraddizione di classe. Ma non è vero, di per se, che liberando se stessi gli operai liberano l’intera umanità. Il nuovo mondo che vogliamo costruire è un mondo dal quale sono bandite tutte le forme di discriminazione e di oppressione che il capitalismo globale eredita, aggrava e riproduce: quelle che vengono praticate in base al genere, all’origine geografica ed « etnica », alla generazione, all’orientamento sessuale, così come lo sfruttamento illimitato delle risorse e della natura. Dunque, senza un nuovo movimento operaio che unifichi dialetticamente le diverse soggettività antagoniste che il capitale determina oggi, non c’è liberazione umana.

Non c’è liberazione umana che possa prescindere dalla contraddizione di genere. Il femminismo ha prodotto in Italia, a partire dalla fine degli anni ’60 una vera rivoluzione sociale, culturale e politica, costringendo uomini e donne a misurarsi con la questione di genere. Rifondazione comunista è chiamata a conoscere, ri-conoscere, approfondire e fare suo il pensiero femminista come parte ineludibile della rifondazione. Nello stesso senso, l’assunzione dell’ambientalismo è una scelta di fondo. Non si tratta di cercare una qualche forma di compatibilità tra sviluppo e ambiente. Non è neanche sufficiente un’altra idea di sviluppo. Serve, invece, una vera e propria alternativa di economia e di società che si sostanzia nella promozione di un ripristino e di un equilibrio dei grandi cicli ambientali, nella demercificazione dei beni ambientali comuni e collettivi (acqua, aria, energia e territorio), nella riterritorializzazione, nella riqualificazione del lavoro nella produzione di ambiente.

Tesi 51 — I comunisti e l’Ottobre
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

La Rivoluzione d’Ottobre resta uno spartiacque del XX secolo, primo straordinario esempio contemporaneo di « scalata al cielo ». Dal successivo fallimento del « socialismo reale » non derivano « pentitismi » di sorta, ma la necessità della rifondazione comunista.

Il movimento comunista, nella sua ispirazione sostanziale, ha alle spalle una storia lunga, anzi secolare, che per molti aspetti coincide con i tanti tentativi di liberazione umana che l’hanno percorsa, con le molte « scalate al cielo » che sono state sperimentate da milioni di esseri umani. In questa molteplicità di riferimenti, la Rivoluzione d’Ottobre mantiene un valore peculiare: essa è stata uno spartiacque del XX secolo. Ha consacrato il valore della soggettività organizzata, e del suo ruolo: primo straordinario esempio del « si, se puede ». Ha modificato in profondità gli equilibri del mondo, rompendo il monopolio planetario del mercato capitalistico e influenzando l’intero corso rivoluzionario del ’900, fino alle liberazioni anticoloniali. Ha costretto le classi dominanti dell’occidente capitalistico a compromessi significativi con il movimento operaio. Ha contribuito in termini decisivi alla sconfitta del nazifascismo.

Questi indiscutibili meriti politici e storici non hanno impedito il profondo processo involutivo e degenerativo delle società postirivoluzionarie, che è stato tra le cause principali della loro sconfitta. Al di là del necessario bilancio storico, politico e ideale che è ancora largamente da compiere, in un lavoro di ricerca collettiva, è proprio dalla dialettica tra la validità dell’ottobre e il fallimento dei tentativi di transizione che emerge la necessità strategica della rifondazione di un pensiero, di una pratica e di una politica comunista. Questo ci pone il tema della definizione di un’identità comunista complessa anche dal punto di vista storico-metodologico: una via originale, capace di continua innovazione, non di semplice aggiornamento, senza che questo significhi desertificazione della memoria. Capace di imparare dai suoi errori. Capace di critica (e anche rifiuto) radicale del passato, non di formali autocritiche e non di pentitismi, senza che questo alluda a fughe opportunistiche dal peso e dalla responsabilità della propria storia

Tesi 52 — Dopo l’89
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

Il ritorno a Marx, da disincrostare dai troppi marxismi. La lezione rivoluzionaria di Antonio Gramsci. L’eredità del ’900, secolo degli operai e delle donne. Sono le coordinate essenziali di un’identità radicale e rinnovata

Negli ultimi decenni del ’900, ma soprattutto dopo l’89, il movimento comunista ha subìto la sua crisi più drammatica: contro di esso (e contro ogni istanza organizzata di tipo anticapitalistico), si è sviluppata un’offensiva organica e imponente, tesa alla sua totale delegittimazione. La risposta dei partiti comunisti è stata, in molti casi, di due tipi: o un’innovazione che assumeva la necessità della sconfitta e il punto di vista dell’avversario, spesso anche attraverso mutamenti nominalistici, o un arroccamento neo-ortodosso e neo-dottrinario. La sorte politica dei comunisti ha rischiato di essere stretta tra le due alternative, egualmente perdenti, del revisionismo moderato e del conservatorismo dogmatico, o paradogmatico.

In questo quadro, Rifondazione comunista, come del resto altri partiti comunisti e movimenti rivoluzionari, si è sforzata di mettere in campo un’ipotesi autonoma: coniugare innovazione e radicalità, apertura culturale e ottica rivoluzionaria. In altre epoche, questo tentativo si è chiamato uscita da sinistra dallo stalinismo e dalla forma ossificata assunta dal marxismo-leninismo. Un cimento del quale dobbiamo quantomeno definire le coordinate essenziali.

1. IL RITORNO A MARX. La lezione imprescindibile della ricerca marxiana, soprattutto delle opere della maturità (conosciute solo nel nostro secolo), è la sua capacità di lettura, dal punto di vista del metodo e dei paradigmi teorici, delle contraddizioni del capitalismo maturo. É la categoria della rottura rivoluzionaria, intesa come superamento dei meccanismi di sfruttamento e di alienazione che presiedono al modo di produzione capitalistico. É la centralità della persona reale rispetto al cittadino astratto. Non si tratta, naturalmente, di dar vita a una qualche forma di scolastica: si tratta, al contrario, di tornare ad assumere Marx come riferimento essenziale, « disincrostandolo » dai marxismi che sono stati edificati nel ’900.

2. LA LEZIONE DI ANTONIO GRAMSCI. Nella determinazione storica del comunismo italiano, della sua originalità e relativa autonomia, il contributo gramsciano appare di straordinaria attualità. Non soltanto per l’analisi concreta che ci fornisce della società italiana, ricchissima di sollecitazioni non interamente esplorate, non soltanto per la « guida » che ci prospetta sui temi del rapporto tra politica e cultura (e tra etica e politica), ma per l’idea di rivoluzione che ne è alla base, che nega in radice l’autonomia del Politico. La rivoluzione non come pura conquista del potere politico, o delle leve di governo, ma come processo di rivoluzionamento che coinvolge l’insieme delle relazioni sociali e della loro qualità. La rivoluzione come lunga marcia, costruzione di « casematte », trasformazione e autotrasformazione.

3. L’EREDITÀ DEL ’900. Rispetto al secolo che ci è alle spalle, i nuovi comunisti assumono una continuità, e una eredità, peculiari: quella lotta rivoluzionaria per la modernità, per l’emancipazione e liberazione umana, che oggi è soggetta ad un blocco ed, anzi, ad una vera e propria involuzione. Al centro di questa lotta, vi sono stati il movimento operaio e le sue organizzazioni, la lotta per il riscatto delle classi subalterne, con i suoi tentativi di « scalata al cielo » e la sua straordinaria sequenza di battaglie sociali, politiche e rivendicative. Ma essenziale è stata la lotta contro il patriarcato: la rivoluzione femminile ha prospettato non semplicemente una nuova soggettività o nuovi diritti, ma la trasformazione delle relazioni tra i generi, che mette in causa la famiglia come costruzione storico-sociale destinata a riprodurre la divisione sessuale dei ruoli. Così come è stata ed è costitutiva di un’identità moderna l’assunzione della nozione di limite: la critica, cioè, di una concezione (e di una pratica) che identificano lo sviluppo con la crescita quantitativa e il progresso con lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. Definire con rigore l’intreccio dialettico, non sommatorio, tra questi protagonisti della modernità — il lavoro, il genere, l’ambiente — significa, appunto, definire in positivo l’eredità con il ’900.

Hanno sottoscritto le tesi 51-52:

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPRILI, CERBONE, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FORGIONE, GAGLIARDI, GIANNI, GIORDANO, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, TURIGLIATTO, VACCARGIU, VENDOLA, VINCI, VINTI, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ,ANTONIELLA, ARMENI,ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BORDO, BOZZI, BRISTOT, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANTONI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CASATI GIOVANNA, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLZANI, COMMODARI, CONFALONIERI, CONSOLO, CONTI, COSIMI, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRARI SAVERIO, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GELMINI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, LIBERA, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUNIAN, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAGLINO, MARAIA, MARCHETTINI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, OREFICE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PETTENÒ,PIERINI, PIETRANGELI,PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRANDINI, PRIMAVERA, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SANSOÉ, SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCIANCATI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIRONI, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA,TETTAMANTI TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALPIANA, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.

Tesi 53 — Comunismo contro stalinismo

Il progetto della rifondazione comunista implica una rottura radicale con lo stalinismo. Non soltanto come esperienza storica, ma come paradigma della rivoluzione, concezione della politica, funzione del partito.

Il progetto della rifondazione comunista, di un’identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo. Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica: la separazione dallo stalinismo è anche e soprattutto la messa in causa di un paradigma della transizione, di una concezione della politica, di una funzione del partito. Nel comunismo italiano, la rottura è avvenuta, prevalentemente, in nome dei diritti della persona e della necessità della democrazia rappresentativa: nel nuovo movimento comunista queste ragioni devono essere sviluppate fino in fondo, in nome della società nuova da costruire, della liberazione del lavoro, del rifiuto della separatezza tra cittadino e Stato, della rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale. In questo senso si può essere portatori e portatrici credibili di un’ipotesi rivoluzionaria e comunista solo in quanto essa si definisce in radicale discontinuità rispetto all’esperienza del « socialismo realizzato ».

In questa eredità negativa, individuiamo, prima di tutto, l’idea di un « campo socialista » — campo statuale — al quale sacrificare, o subordinare, gli interessi strategici del movimento operaio mondiale: una distorsione di prospettiva improponibile, anche e soprattutto per il futuro. In secondo luogo, l’ossificazione dogmatica della teoria (che ha travolto le esperienze più avanzate del marxismo critico novecentesco e ridotto il cosiddetto « marxismo-leninismo » a un’ortodossia ecclesiale): un sostituto autoritario e inefficace dell’analisi dei processi reali, della metodologia dell’inchiesta, della verifica. Infine, e sopratutto, la riduzione del socialismo alla pura dimensione della conquista del potere politico e istituzionale, esterna ai luoghi del lavoro e della produzione (e più in generale ai rapporti sociali), coerente con un’ipotesi di gigantismo industrialista forzosamente guidato dall’alto: ma, così come la conquista del potere può generare dal suo stesso seno nuove e pesanti oppressioni, il produttivismo economicista non libera il lavoro e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo stalinismo è anche stato un modello di sviluppo subalterno all’idea di crescita quantitativa. É da questo deficit — non dal surplus — di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del Partito, l’arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base nell’organizzazione e nella società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici insignificanti della politica.

Tesi 54 — Il comunismo, oggi

Dalla riflessione problematica sulla nostra storia alle istanze del popolo antiglobalizzazione: il comunismo come percorso della liberazione. Meta « ragionevole » della storia

Come è definibile, oggi, la prospettiva del comunismo, alla luce dell’eredità e dei fallimenti del ’900? Se sono corrette le analisi fin qui svolte, diviene sempre più evidente l’infondatezza di ogni teoria delle « due tappe » o dei due stadi — il socialismo prima, incentrato sulla nazionalizzazione o pubblicizzazione delle principali forze produttive, il comunismo, da riservare ad un lontano futuro. Ciò non significa, s’intende, che una prospettiva rivoluzionaria e comunista sia dietro l’angolo, o che essa possa fare a meno della gradualità necessaria. Significa che essa non può separarsi, dal punto di vista politico e strategico, dalle lotte concrete del presente: che si pone, insomma, rispetto ad esse in termini di immanenza, piuttosto che di trascendenza o di lontano orizzonte. Non è certo casuale lo slogan assunto dal « popolo di Seattle »: l’istanza di un altro mondo possibile deriva in realtà dalla natura radicale del movimento contro la globalizzazione neoliberista. Esso, a partire dal disagio soggettivo, o da battaglie determinate contro le multinazionali o lo strapotere dei marchi, va giocoforza, perfino al di là dei propri livelli di consapevolezza, alla radice di processi reali che, a loro volta, vedono rapidamente consumarsi gli spazi intermedi della tattica, delle mediazioni, degli obiettivi di « riforma ». Da questo punto di vista, il comunismo può essere riproposto, anche e soprattutto alle nuove generazioni, come percorso di liberazione per il quale vale la pena impegnarsi.

Dal punto di vista generale, quel che resta di intatto valore attuale, è l’idea della costruzione di una società « nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti »: non, dunque, semplicemente una società « più giusta » o « più equa », cioè più attenta ad una redistribuzione più egualitaria delle risorse e dei diritti reali, ma una società liberata dal vincolo dell’autovalorizzazione del capitale come motore essenziale della sua crescita e della sua dinamica. Dove, dunque, la soggettività organizzata delle donne e degli uomini, non la logica del mercato e dell’impresa capitalistica, possa razionalmente decidere il proprio destino. Dove la dialettica tra istituzioni collettive e autogoverno di massa, tra poteri centrali e contropoteri diffusi, si fa permanente. Dove la libertà della persona — la sua irriducibile singolarità — si realizza attraverso la crescita progressiva dell’individuo sociale preconizzato da Marx: non un atomo solitario, in competizione permanente con i suoi simili, non l’appendice subalterna di una mega o microstruttura (Stato, Fabbrica, Partito o Famiglia che sia), ma individuo ricco di bisogni e di saperi che cresce in quanto coopera, confligge e comunica con l’Altro da sé.

Tesi 55 — La democrazia come strategia

La democrazia non è uno strumento, ma è un valore in sé: una strategia di società organicamente plurale. Un’idea di potere, e di non separazione tra mezzi e fini.

All’interrogativo classico sulla democrazia — se essa sia uno strumento o un fine — oggi siamo in grado di rispondere positivamente: la democrazia come fine è un dato fondante della nostra identità attuale e, insieme, una strategia. Se è vero che essa non si esaurisce affatto nelle sue espressioni e modalità liberali — o in quello schema di rappresentanza per altro oggi sostanzialmente ripudiato dalle classi dominanti — è vero anche che il superamento di questi limiti deve essere proposto oltre, al di là non al di qua dell’orizzonte borghese. I momenti più bui della nostra storia ci offrono, in questo senso, indicazioni molto chiare, anche per ciò che concerne il funzionamento delle organizzazioni politiche, e di un Partito comunista: quando e se si oscura la vita democratica interna, è la proposta politica in quanto tale che perde forza e credibilità.

Si ripropone anche qui il tema del rapporto tra mezzi e fini: contrariamente al luogo comune di origine machiavelliana, che ha profondamente influenzato tutta la politica e tutta la sinistra italiana, oggi non possiamo che rifiutare l’idea di una separazione organica tra la « meta finale dei nostri sforzi » e gli strumenti attraverso i quali raggiungerla. Non si tratta di un imperativo morale, ma di una scelta di coerenza politica e di laicità: bruciare nel presente le proprie identità e certezze strategiche, fino al punto da rovesciarle nel nome di un obiettivo finale metastorico, sottintende in realtà un’alienazione di tipo religioso. E implica, nei fatti, il passaggio ad una pratica politica iperrealistica e moderata come spesso è avvenuto.

Dal punto di vista del contenuto, la democrazia si pone oggi come scelta e pratica del pluralismo politico, culturale, associativo. Plurale è la nostra concezione della sinistra: e rifiutiamo radicalmente lo schema storico del partito unico, che tanti guasti ha prodotto nelle società postrivoluzionarie. Plurale è la nostra concezione dell’alternativa e del suo farsi: anche e sopratutto nel senso qualitativo del termine, cioè della sua capacità di costruire dialoghi, relazioni, luoghi di incontro efficaci tra culture diverse — tesi non solo alla costruzione dei conflitti e alla rappresentanza dei soggetti, ma alla definizione di nuovi legami sociali. Plurale è l’orizzonte politico che accompagna il percorso della transizione: dove si tratta di mettere davvero in discussione, insieme ai rapporti di sfruttamento, le gerarchie tra dominanti e dominati, tra ideatori ed esecutori, tra capi e subalterni. In breve: siamo al nodo del potere, da reimpostare radicalmente rispetto ai suoi tradizionali statuti. In una prospettiva di transizione, la conquista del potere politico centrale resta, certo, un passaggio ineludibile,: non, tuttavia, come un punto di partenza dal quale avviare il mutamento dei rapporti economici e sociali, ma come la tappa pur rilevante di un percorso di trasformazione politica e sociale più ricco e articolato. Come una rottura che definisce, contestualmente un terreno di lotta più favorevole, gli strumenti del proprio controllo sociale, la possibilità della propria estinzione. In questo senso, il comunismo è anche un’idea radicale di democrazia.

Tesi 56 — L’autoriforma del partito
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)

Il Prc affronta i nuovi impegnativi compiti di fase con una struttura inadeguata e in seria difficoltà. Ineludibile è il nodo dell’autoriforma, non solo per fermare la tendenza alla contrazione degli iscritti ma per costruire una organizzazione comunista all’altezza dei compiti di questa fase.

All’interno di questo processo politico e culturale di rifondazione dell’ipotesi comunista si pone con estrema necessità il nodo dell’autoriforma del partito. Questo problema è reso ancor più urgente dal cambio di fase politica rappresentato dal riemergere del conflitto sociale e dai nuovi compiti che ne nascono.

Punto fermo della nostra prospettiva è la costruzione di un partito comunista di massa con l’ambizione della rifondazione di un pensiero e di una pratica comunista. Un partito che prefiguri nella sua vita reale e quotidiana quella società di « liberi ed uguali » a cui alludiamo quando parliamo di comunismo. Un partito che sappia costruire una critica teorica e pratica dell’esistente, una politica non separata dai contenuti, una partecipazione non delegata, un rapporto reale con la società capace di suscitare movimenti e lotte per la trasformazione, di costruire forti relazioni con e tra i soggetti oggi aggrediti dalla modernizzazione e globalizzazione capitalistica, di lavorare alla costruzione di una ampia ed articolata sinistra di alternativa.

Rispetto a questo nostro progetto, del punto di vista della filosofia e della pratica organizzativa, il nostro partito soffre, da sempre, di seri limiti strutturali, che sono stati per altro ampiamente analizzati nel corso della conferenza di Chianciano. Ma, soprattutto, subisce una contraddizione apparsa fin qui insormontabile dovuta oltre che a difficoltà oggettive anche alle nostre incapacità a dar vita in questi anni ad un partito con reali caratteristiche di massa: quella tra un’architettura mutuata dalla tradizione del Pci e funzionale ad un partito in grado, fra l’altro, di disporre di un alto numero di funzionari a tempo pieno, e la realtà del corpo politico di Rifondazione comunista, fatto in misura preponderante di lavoro volontario, militanza mobile, collaborazione occasionale. Non siamo riusciti in nessun momento, anche per il ritmo convulso assunto da una politica sempre più « veloce » (e sempre più incentrata sulle continue scadenze elettorali), a sperimentare dentro questo modello correzioni significative o forme davvero innovative, anche per quanto riguarda il superamento del carattere monosessuato e « biancocentrico » del partito.

Ora, però, non è possibile rinviare ulteriormente, quantomeno, l’avvio di una discussione seria. In larga parte del territorio nazionale, il partito appare in seria difficoltà: spesso appesantito nella sua capacità di proiezione esterna, di radicamento sociale, di allargamento dei consensi; spesso scosso da divisioni, lacerazioni, personalismi; spesso, ancora, segmentato in comparti tra loro non comunicanti. Non è esente da queste contraddizioni neppure la vita del partito ai suoi livelli nazionali e centrali. Va posto in questo ambito anche il nodo di come rendere effettiva la partecipazione del corpo del partito alla formazione delle decisioni politiche. Ad un partito più vivo e partecipato, in grado soprattutto di estendere i propri legami sociali, non può corrispondere un funzionamento che nei fatti riproponga forme di direzione di tipo verticistico. Il solo nudo dato di un turn-over di iscritti oramai endemico, che riguarda decine di migliaia di compagne e compagni « perduti » per strada, merita di essere oggetto di una riflessione organica e non aggiuntiva. Come pure la singolare contraddizione tra l’aumento della corrente di simpatia verso il partito — in particolare delle giovani generazioni — e la riduzione degli iscritti avvenuta negli ultimi anni.

Abbiamo quindi la necessità, soprattutto in questa fase in cui i segnali di disgelo sociale sono cresciuti in modo esponenziale fino a determinare la nascita del movimento, di ridefinire le nostre capacità organizzative e di direzione politica unitaria a tutti i livelli (dalla costruzione del lavoro sociale al tesseramento alla diffusione di Liberazione) all’interno di un indispensabile processo di autoriforma del partito che ne aumenti le capacità attrattive e aggregative, a partire dai circoli che rappresentano lo snodo fondamentale da cui costruire la nostra iniziativa politica.

Tesi 57 — per costruire relazioni sociali

Centro di questo salto di qualità è il passaggio da una forza politica identitaria, quale è ancora troppo spesso il Prc, a un partito che costruisce conflitto e relazioni sociali.

In primo luogo vi è la necessità di spostare il baricentro del partito dagli aspetti identitari e propagandistici alla capacità di costruire azione politica, relazioni con altri soggetti dell’alternativa, organizzazione di lotte, legami sociali, cultura critica.

Il passaggio da un partito che ha al centro la difesa della sua identità ad un partito che mette al centro la capacità di costruire relazioni e organizzazione sociale è anche il passaggio dalla fase della resistenza ad una fase in cui il fermento sociale deve essere capito, valorizzato, supportato anche nell’organizzazione. Nella fase della sconfitta sovente eravamo soli — o quasi — a difendere la necessità dell’alternativa; oggi vi sono con ogni evidenza altri soggetti che — in diverse forme — si muovono sullo stesso terreno. L’acquisizione del fatto che siamo indispensabili ma non sufficienti ci chiede quindi una capacità di apertura verso l’esterno adottando il metodo dell’inchiesta come dato permanente dell’azione del nostro partito. Ribadire la nostra identità comunista non deve rappresentare il fine della nostra esistenza come partito ma il presupposto che ci permette di agire politicamente alla costruzione di una sinistra di alternativa sul piano sociale, culturale, politico. Questa modifica di impostazione deve riguardare il modo di funzionamento del partito a tutti i livelli, del circolo, della federazione, della direzione nazionale, contribuire a definire le priorità sul terreno organizzativo e i criteri nella selezione dei gruppi dirigenti.

In questa prospettiva il militante di rifondazione comunista ha, insieme alla funzione di diffondere la linea del partito — e proprio per poterlo fare al meglio —, quella di tradurre e connettere tra loro linguaggi e culture inevitabilmente eterogenei: deve reinventare una capacità di connessione orizzontale tra le diverse esperienze di massa e, su questa base, una capacità di far convergere queste esperienze nella contestazione dei luoghi centrali e decentrati del potere.

Tesi 58 — Per valorizzare il « saper fare »

Costruire un partito aperto, comunitario, fattivo: che valorizza il « saper fare », non solo il « saper dire »

Un secondo elemento riguarda la costruzione di un partito come organizzazione collettiva, che superi una certa tendenza alla discussione politica generica ma individui con chiarezza le responsabilità e valorizzi davvero il « saper fare » dei propri aderenti, le diverse competenze, le capacità di ciascuno di diventare punto di riferimento politico nel proprio luogo di lavoro, o nel proprio ambito territoriale. In misura parziale, la ormai quasi decennale esperienza delle feste di Liberazione è la dimostrazione concreta che questa modalità non solo è possibile, ma esiste e si dispiega in contesti considerati a torto « minori »: il fatto è che in questo tipo di appuntamenti, il nostro Partito si presenta nel suo volto aperto, comunitario, fattivo. Luogo d’incontro con gli altri, spazio extramercantile, sede di lavoro militante e collettivo non centrato solo sugli organigrammi. La valorizzazione del saper fare, delle intellettualità diffuse nei diversi campi del sapere, delle conoscenze e delle capacità concrete dei compagni e delle compagne è un punto decisivo per una riforma della militanza politica. Ad oggi come partito intercettiamo solo una minima parte delle forze disponibili ad un impegno e addirittura non riusciamo ad utilizzare nemmeno le competenze dei compagni e delle compagne iscritte. Troppo spesso pochi fanno tutto e molti non fanno nulla. A tal fine il lavoro di inchiesta deve anche essere un lavoro rivolto all’interno del partito, per capire le potenzialità ed ampliare le forme in cui è possibile esprimere una militanza comunista che rispetti le attitudini e i tempi dei militanti, che modifichi l’organizzazione del lavoro politico per poterlo ridistribuire e potenziare.

Occorre inoltre cogliere l’enorme potenzialità che da Seattle al movimento zapatista al controvertice di Genova hanno dimostrato i nuovi strumenti dell’informatica e della comunicazione ai fini della diffusione del movimento, della circolazione delle idee, della controinformazione e del passaggio dalla conoscenza all’azione. Si tratta di valorizzare l’uso di questi strumenti costruendo anche all’interno del partito una diffusione circolare delle informazioni, l’interazione tra le diverse istanze del partito, tra i circoli e i militanti, favorendo così il coinvolgimento di ogni iscritto e la messa a frutto delle conoscenze e capacità di ognuno.

Tesi 59 — Per modificare l’organizzazione del lavoro politico

Cominciare a discutere, al centro come nelle federazioni, modalità che siano capaci di superare la « verticalità » gerarchico-burocratica, gli eccessi di individualismo, le separazione incomunicanti di ruoli. Senza ricette precostituite, ma con la voglia di sperimentare.

La valorizzazione del saper fare ci chiama ad una modifica dell’organizzazione del lavoro del partito a tutti i livelli. Da un certo punto di vista, il nostro partito soffre di un limite idealistico: tende a viversi come puro produttore di idee e proposte politiche, e non affronta quasi mai, i problemi legati alla propria realtà e costituzione materiale. Viceversa, la sua metodologia resta affidata a un modello gerarchico-burocratico puramente « verticale », sostanzialmente privo di verifiche e, quindi, anche di capacità tanto di sperimentazione quanto di correzione. La costruzione di una organizzazione del lavoro in cui il prodotto del partito non sia solo la discussione interna ma anche — soprattutto — la capacità di proiezione esterna ci chiede di lavorare per obiettivi, di saper costruire un coinvolgimento più largo dei dirigenti e degli iscritti, di saper mettere in discussione la divisione del lavoro tra dirigenti e diretti anche all’interno del partito. Occorre superare una situazione in cui vi è una sostanziale inesistenza nella discussione del partito di ogni riflessione su se stesso come struttura di lavoro, nonché di momenti organizzati di verifica e bilancio del lavoro svolto.

La messa in discussione delle forme gerarchiche di organizzazione del lavoro, la tendenziale separazione tra incarichi di direzione politica e incarichi di rappresentanza istituzionale e l’introduzione del criterio della verifica come fatto normale e fisiologico nella costruzione dei gruppi dirigenti, possono costituire anche gli elementi per superare positivamente un eccesso di personalismo e di attenzione alla propria « carriera individuale » che costituisce un fattore di inquinamento della vita interna del partito. Questo dato, che è indubbiamente un segnale del più generale processo di crisi della politica, in cui il riconoscimento pubblico del proprio ruolo, l’assunzione di incarichi « importanti », la sottolineatura delle gerarchie sono elementi costitutivi; queste dinamiche non sono estranee alla vita del partito e debbono essere affrontate e discusse. Occorre superare le strutture gerarchiche troppo rigide e dare più spazio all’informalità non codificata delle relazioni tra le persone. Si apre qui un terreno di sperimentazione come scelta non solo utile ma obbligata. Non ci sono formule da proporre ma esperienze da praticare, da discutere criticamente per arrivare — dentro questo percorso — a costruire una diversa organizzazione del lavoro. Per favorire questo processo è necessario che la questione della formazione politica dei compagni e delle compagne assuma un ruolo ben maggiore di quello che ha avuto sin’ora nella vita del partito.

Tesi 60 — Per radicare il partito nella società

Al centro del nostro impegno, c’è il radicamento del Prc nei luoghi di lavoro e di studio, nei territori, nelle situazioni di conflitto maturo.

Nell’ambito di un allargamento della presenza organizzata del partito, si deve porre la priorità politica del radicamento del partito sui luoghi di lavoro, di studio. Proprio la necessità di superare gli elementi testimoniali ci chiede di rafforzare fortemente, superando remore ingiustificate, la presenza del partito li dove è necessario fare inchiesta, costruire relazioni sociali e conflitto. Un partito che non si percepisca solo come rappresentante delle classi subalterne nelle istituzioni ma come strumento impegnato nella costruzione di una soggettività conflittuale delle medesime non può che porre il problema del proprio radicamento sociale al centro delle proprie attenzioni e a tal fine impegnare energie e risorse, selezionare quadri.

Un partito che manifesta il suo impegno a dialogare, senza nessuna presunzione di primato, convinto del proprio progetto ma che misura le proprie proposte con verifiche sociali concrete, consapevole che la propria crescita è connessa allo sviluppo del protagonismo e dell’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, dei soggetti sociali e dei movimenti.

Un partito capace quindi di operare al fine di ricostruire i luoghi del conflitto sociale, attivare le diverse sensibilità e i diversi soggetti sociali della lotta anticapitalista, contribuire con i protagonisti delle battaglie sociali e politiche a individuare i propri alleati e gli avversari contro cui combattere. Un partito impegnato a tessere la rete degli strumenti di lotta unitari e la convergenza dei diversi movimenti in una comune prospettiva di alternativa, nel quadro delineato della ricostruzione dei soggetti della trasformazione, di un nuovo movimento operaio.

Anche per questo occorre superare una certa separatezza nella costruzione dei percorsi di militanza e dei gruppi dirigenti in cui alcuni si occupano stabilmente del funzionamento del partito e altri del lavoro politico all’esterno. Rompere questa divisioni di ruoli — a tutti i livelli — è la condizione per costruire un partito effettivamente radicato nel sociale.

Tesi 61 — Per costruire un confronto politico trasparente

Il centralismo democratico non è una modalità auspicabile. Come non lo è un regime correntizio. La scelta « giusta », per il Prc, è, da un lato, il potenziamento del suo ricco pluralismo interno, dall’altro, la piena democratizzazione della sua vita interna.

É poi necessario riflettere sulle forme di organizzazione del dibattito interno. Rifondazione comunista non ha mai praticato il centralismo democratico: una modalità di vita interna che non solo non è « realistica », nell’era della comunicazione globale, ma che certamente confligge con le istanze diffuse di democrazia e l’esistenza di sensibilità, culture politiche, tendenze politico-culturali radicate da sempre nel Prc.

Fermo restando che, in un libero dibattito interno quale vogliamo sviluppare, siano le compagne e i compagni stessi a poter scegliere, di volta in volta in funzione delle caratteristiche della discussione in atto e della dialettica che si produce nella riflessione del partito, la forma concreta con cui manifestare convergenze e divergenze, tuttavia riteniamo che l’alternativa al centralismo democratico non sia un regime correntizio, che tende a cristallizzare il confronto interno, inibisce la volontà dei singoli, precostituisce sistemi di pensiero « organico » anche la dove non è necessario.

La scelta che noi riteniamo preferibile si basa su due cardini: da un lato, il forte e convinto potenziamento del pluralismo interno, come ricerca storica e teorica, lavoro di elaborazione, confronto libero sui temi cruciali che costituiscono a tutt’oggi in larga misura il terreno della rifondazione; dall’altro, l’avvio di una campagna di democratizzazione interna. Nel ridefinire gli ambiti della sovranità — i ruoli dei circoli e delle federazioni, la funzione delle strutture nazionali, il rapporto tra nazionale e locale — essa deve contestualmente ridelineare le priorità politico-organizzative: valorizzando anche e soprattutto nel partito la costruzione diretta dell’iniziativa politica e sociale, l’espressione diretta dei soggetti sociali, la promozione di movimento e di vertenze sul territorio. Fatto salvo ovviamente il rispetto delle opzioni politiche espresse nelle diverse sedi congressuali e in quelle in cui si definiscono gli orientamenti politici, nessun quadro del Prc dovrebbe essere costretto, nei fatti, a scelte preventive di schieramento interno, per essere riconosciuto come tale, così come nessun militante dovrebbe, all’opposto, rivendicare un’appartenenza, o una sub-appartenenza, come ragione sufficiente per un ingresso negli organismi dirigenti: ecco un criterio relativamente semplice, seppur costantemente disatteso, che potrebbe produrre un salto di qualità nella vita del partito.

Tesi 62 — Per favorire l’autorganizzazione dei soggetti sociali

Un partito « costruttore di società » prevede — e valorizza — la possibilità dei soggetti sociali di organizzarsi direttamente nel partito, per esprimere la propria soggettività

Occorre approfondire la funzione del partito come « costruttore di società ». La costruzione — da soli o in relazione ad altri soggetti — di nuove case del popolo, di luoghi di incontro e di confronto delle diverse soggettività sociali, deve diventare un terreno concreto di iniziativa politica.

Questo progetto è realizzabile unicamente se i Circoli, oltre ad essere l’elemento fondamentale della costruzione del partito, della sua linea e della sua iniziativa, sapranno diventare un luogo di aggregazione delle soggettività sociali culturali e politiche che sul territorio si muovono sul terreno dell’alternativa.

In questo quadro deve essere potenziata e valorizzata la possibilità per i soggetti sociali — giovani, donne, lavoratori — di organizzarsi direttamente nel partito per esprimere la propria soggettività. A partire dalla positiva esperienza dei giovani comunisti, che deve essere allargata e rafforzata, va favorita la costruzione sul territorio dei Forum delle donne, delle Consulte dei lavoratori e dei Forum dei migranti, allargando la funzione del partito rivolta alla costruzione di spazi utili all’autorganizzazione diretta dei soggetti sociali.

Tesi 63 — Per radicare l’intervento tra le giovani generazioni

La precarietà come chiave di lettura della condizione giovanile. Il ruolo dei giovani comunisti nella costruzione del movimento.

Per condurre a fondo il processo di autoriforma del partito, una forza centrale è l’attivazione delle giovani generazioni e l’assunzione di una priorità di intervento in direzione loro, sia sotto il profilo della prassi politica che attraverso la costruzione dell’organizzazione giovanile del Prc. Il paradigma della precarietà, che abbiamo definito generale nella rivoluzione neocapitalista, si applica in primo luogo proprio alla « condizione giovanile » e determina il suo ruolo materiale nel quadro dei rapporti sociali di classe.

La disoccupazione e l’inoccupazione, la svalorizzazione e l’espropriazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, fino ad una nuova e superiore alienazione, il comando del profitto sui saperi sempre più centrali nella produzione di valore, il controllo pervasivo della vita quotidiana anche attraverso la privazione di spazi di socialità ricca, l’appropriazione capitalistica delle stesse forme di vita nel loro insieme, sono tratti caratteristici di quest’epoca del dominio del mercato: in essa, si affaccia una generazione che dal futuro, senza mutamenti, può attendersi solo una condizione peggiore, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, di quella che l’aveva preceduta.

In questo senso vanno letti i movimenti degli ultimi anni e mesi, che proprio nel protagonismo di giovani e giovanissimi vedono un inizio di replica conflittuale e alternativa a tale stato di cose. Il movimento presente materializza per le nuove generazioni la sola occasione per una riconquista di massa della dimensione politica, e per la sua liberazione dall’abbraccio mortale della gestione di un potere sempre più distante e nemico: « un altro mondo è possibile » è parola d’ordine che evoca in primo luogo, per queste generazioni, il tema centrale della riappropriazione del proprio futuro e d’una cittadinanza ricostruita nella partecipazione al conflitto e alla trasformazione.

I Giovani Comunisti sono stati, fin dall’inizio, uno dei soggetti politici più attivi nella costruzione, nel nostro paese, del « movimento dei movimenti », presentando così i tratti di una feconda anomalia rispetto alla storia e al panorama, fino a qualche tempo fa, delle organizzazioni giovanili comuniste e di sinistra, troppo spesso incapaci di aprirsi davvero alla ricerca di nuove prassi rivoluzionarie e di riconoscere la dimensione soggettiva del movimento reale e porsi al servizio della sua crescita.

I Giovani Comunisti non hanno cercato e trovato nelle recenti mobilitazioni solo un maggior riconoscimento: bensì e soprattutto hanno cercato e trovato una nuova fase di vita, in cui farsi attraversare dalla sperimentazione che coinvolge il corpo sociale del movimento e in cui aprirne un’altra, sul terreno dell’organizzazione non più disgiunto da quello della comune costruzione del movimento stesso. In questa direzione è andata anche la scelta di tentare un esperimento prioritario, quello definito nel « Laboratorio della disobbedienza sociale »: tutt’altro dalla riproposizione di una « stretta » organizzativista su una parte del movimento e tanto più dall’annullamento del valore dell’organizzazione in un afflato spontaneista e immediatista, ma invece una sfida importante di comunicazione e confronto tra culture nella stessa intenzione di promuovere il conflitto, al contempo costruendo consenso attivo e partecipativo.

I Giovani Comunisti contribuiranno ulteriormente a questa discussione definendo il proprio autonomo profilo nella loro Conferenza Nazionale.

Hanno sottoscritto il documento:

BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CANONICO, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN, FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBÀ, ACCARDO, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BANDINELLI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNÙ, BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BORDO, BOZZI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CASATI GIOVANNA, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CÒ, COGODI, COLOMBINI, COLZANI, COMMODARI,CONFALONIERI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D’ACUNTO, D’AIMMO, D’ALESSANDRO, D’ANGELI, DANINI, D’AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRARI SAVERIO, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLIFRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRÌ, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAGLINO, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NOVARI, NUCERA, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENÒ, PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRANDINI, PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOÉ, SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCIANCATI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.